Doriano Fasoli ha intervistato (“Sulla letteratura”, 11.5.16) Giovanni Sias, autore di

La follia ritrovata. Senso e realtà dell’esperienza psicanalitica 
Alpes, Roma 2016.

Di questa conversazione riproduciamo alcuni brani.
Per il testo completo vai a: 

http://sullaletteratura.blogspot.it/2016/05/la-follia-ritrovata-conversazione-con.html

      Fasoli: cosa suggerisce il titolo del libro?
      Il titolo richiama, da una parte, una necessità intellettuale. Ovvero la necessità che la follia sia riportata alla sua realtà «storica» e non a una presunta patologia. Che la follia sia una patologia è un affare che nasce e si consolida nelle società capitalistiche, a partire dal Settecento. Su questo piano resta ancora essenziale lo studio di Michel Foucault. Restituirla alla sua dimensione storica, togliendola dal pregiudizio psichiatrico, è uno dei modi, forse il più idoneo, a mettere in evidenza come, nel parlare della follia, si tratti di una questione di mentalità. È il modo, cioè, di mettere a nudo l’handicap intellettuale che ci costituisce quando cadiamo nella superstizione che, nel caso della Follia ritrovata, riguarda le credenze intorno alla patologia psichiatrica o alle risibili affermazioni psicologiche.    

In secondo luogo rilevare l’evidenza che la follia è costitutiva dell’umano, e che nasce proprio dall’impossibile sapere dell’uomo su di sé e sul mondo. La follia è il piano della coscienza più profonda di questo impossibile, ed è il modo e il tentativo di gettare una sguardo che va oltre l’apparenza che ci angoscia, ci assilla e ci condiziona. Il piano più proprio della follia è quella facoltà che Freud individua nella Versagung, il rifiuto. E nel caso della follia, la Versagung è una parola che va presa nei termini più radicali. Il no, che oppone un rifiuto, è assoluto, non condizionato né ammorbidito dai verbi servili; non si tratta cioè di verificare di non potere, o non dovere o non volere, si tratta di un no!, totale, assoluto, con tutto il dramma e il disorientamento che questo suono trascina con sé. 


 
Una terza considerazione è che la psicanalisi nasce proprio in opposizione alle superstizioni intorno al modo di considerare la follia. Anzi, già al tempo della protopsicanalisi, e mi riferisco ai casi di isteria riportati da Freud alla fine dell’Ottocento, lo sguardo freudiano era completamente diverso e in opposizione a quello psichiatrico. Si tratta dunque di ricuperare quell’origine, e di ripartire dalla considerazione della follia se si vuole rilanciare la ricerca psicanalitica.



 

       Ho riportato, nel libro, alcuni esempi di questa radicalità, ma anche della apertura e delle chance che la follia porta agli uomini. Ho molto limitato questi esempi. Ma avrei potuto citarne moltissimi, dal Don Quijote a Orlando, da Schreber a Nižinskij ad Artaud e così via.Ma la questione importante che ho cercato di sottolineare è che la follia è il piano dell’individuazione umana. Il no, il rifiuto radicale che l’uomo porta con sé aprendogli cammini estremi è sempre in connessione con il sapere. Il folle è quello che vede e sa cose che gli altri, i cosiddetti normali, non vedono e non sanno. La questione è antica quanto tutta l’elaborazione sull’umano. È la questione edipica (sul versante greco): in Sofocle è Edipo che vuole sapere: vuole sapere da chi è nato, vuole sapere chi è, contro ogni considerazione che lo sollecita a lasciar perdere. Il suo sapere lo porterà a una vita randagia e senza requie, cieco e solo. Ed è la questione ebraica che si apre con Eva e Adamo dal momento in cui mangiano il frutto proibito, il frutto della conoscenza. È a partire da queste narrazioni che l’uomo scopre di essere un errante sulla terra, dopo essere stato cacciato dal giardino terrestre, o dalla città, originando quella stirpe che sono «gli uomini», costretti all’erranza e all’ignoranza, spinti dalla follia del sapere.

      Dunque, è già a partire dall’origine della cultura occidentale che l’interrogazione sulla follia è da sempre connessa al sapere e a un piano che possiamo definire quello della spiritualità. L’opposizione più radicale al sapere, e alla spiritualità che si trascina, è portato dalla donna, dalla madre, o si se vuole dalla metafora della «protezione» e della «sensibilità», in quanto proteggersi dal sapere è il modo di condurre una vita piana che s’illude di essere al riparo dalla follia ma anche evita la «santità». È quel piano per cui Giocasta prega Edipo, se gli son cari gli dèi e la vita, di lasciar perdere, di non indagare oltre. Su questo piano l’eterna Giocasta è sempre all’opera, a dividere l’uomo dal suo possibile, incerto e claudicante sapere, a proteggerlo dalla follia portata dal sapere. Sul piano dell’elaborazione ebraica la cosa è più complessa, perché anche la «sensibilità» concorre al sapere, un sapere a cui i «sensi» partecipano e portano il piano della «spiritualità», e cioè dell’astrazione indotta dal linguaggio, a una immediatezza che chiamerei fisica. Per questo nella elaborazione ebraica la pratica è già teoria, perché il processo della conoscenza è connesso e dipendente dal «mangiare». La conoscenza è in diretta relazione con il desiderio, e qui, sul piano ebraico, la donna gioca una parte completamente diversa dal piano greco, in quanto è lei stessa a istigare la conoscenza.
      Ci troviamo dunque, noi umani, in un doppio movimento: non solo il sapere apre alla follia, ma la follia è anche condizione del sapere. È l’atto folle, il folle volo dell’uomo nel voler sapere come può essere nel mondo, e qual è il mondo in cui si trova, essendo il suo un mondo costituito dalle parole con cui lo nomina e lo rappresenta. [...].

Leggi il seguito

Venerdì 6 e 20 maggio 2016 presso la Biblioteca di Crescenzago (MM Cimiano)
due serate dedicate al cinema di Ozu:

Il figlio unico” (1936) e
il documentario di Wenders “Tokio ga” (1983). 

 

Presentazione di DAVIDE BERSAN

     L’attuale ciclo di incontri sul cinema di Ozu prenderà in esame un film del 1936 “Il figlio unico” che vedremo integralmente durante la prima serata (venerdì 6 maggio). Considerato uno dei suoi capolavori, è un film più amaro rispetto ad altri di Ozu in cui il tono lieve sapeva mitigare le asperità. Il film  narra le fatiche e i sacrifici di Otsune, rimasta vedova e in povertà, per far studiare l’unico figlio, l’adolescente Ryosuke. Quando dopo tredici anni lo andrà a trovare a Tokio le cose non saranno come lei si aspettava, la durezza del contesto sociale mette a dura prova anche i più volonterosi ed è facile farsi prendere dalla tentazione dello scoraggiamento. Otsune avrà modo di rivelare la sua forza d’animo in alcuni intensi dialoghi con Ryosuke. “Il figlio unico” è il primo film “parlato” di Ozu. L’anno successivo il regista sarà richiamato nell’esercito e inviato a combattere in Manciuria; ritornerà in Giappone nel 1939.

    Nella seconda serata (venerdì 20 maggio), verranno proiettate alcune sequenze di “Tokio ga” di Wim Wenders. Si tratta di un documentario girato nel 1983 dal regista tedesco per tributare, a vent’anni dalla sua morte, un commosso omaggio a Ozu. Wenders lo fa ripercorrendo i luoghi di Tokio che rimandano a molte sequenze dei suoi film e incontrando alcuni di quelli che sono stati gli intimi collaboratori per molti anni del maestro giapponese, come l’attore Kishu Ryu e l’aiuto regista Atsuta. In questa serata  vi sarà anche spazio per una ripresa, tra i partecipanti, di considerazioni intorno al film “Il figlio unico”.

Presentazione del libro
Sessualità e politica. Viaggio nell’arcipelago gender (Sugarco) di G. Ricci
a Livorno il 19 marzo 2016 

       Un certo uso ideologico dello scientismo e delle biotecnologie pretende di smantellare i concetti fondanti la nostra civiltà: l’identità sessuale, la differenza tra i sessi, la famiglia, la filiazione. Sulla soglia di una mutazione antropologica la visione gender impone la propria idea di uguaglianza e di libertà di godimento in nome di un diritto propagandato come bene comune.
       Quale spazio rimane alla soggettività e all’umano?

       In questo libro l’autore – dopo Il padre dov’era – individua 6o voci che mappano un terreno su cui si gioca una scommessa decisiva. E’ un viaggio in cui vengono attraversati alcuni concetti cardine della psicanalisi, della filosofia, del diritto, dell’antropologia. Una serie di rinvii interni permette al lettore di costruirsi un suo personale percorso di lettura.

Maria Vittoria Lodovichi

interviene sulla raccolta di poesie 

INCONTRI E AGGUATI di Milo De Angelis (Mondadori, 2015) 

    Milo De Angelis nel Libro Incontri e agguati scrive, pensa e compone la sua Opera che inizia con l’attuale costruzione del suo passato. I tempi dell’adolescenza, del 1967 e quelli degli incontri e agguati. Segue un fatto di cronaca, una testimonianza sulle vite recluse, sofferte, punite; si percorre un senso, un ritmo, un incedere, lento, maestoso: lo svolgersi della vita insieme all’espiazione. Nella terza parte, il nodo stretto dei versi, sulla morte, sul passaggio dalla vita alla morte vira fino, sulla morte data e inflitta da chi poi, incontra “l’impulso a confessare”, se c’è chi ascolta: (“Professore, forse un giorno riuscirò a parlarvi…”).
    Nella raccolta Incontri e Agguati il Poeta, ci fa compiere un viaggio, sostenuto dalla figura retorica adynaton, la quale compie una forzatura là dove al poeta sembra manchino le parole, dove l’impossibile, l’indicibile nel verso cerca di trovare la quadratura del cerchio. Sono versi nei quali le personificazioni “niente” (“e un cerchio di puro niente mi assalì”, pag.10) o “nessuno” (“Nessuno morte ti conosce meglio di me”, pag.20), costruiscono una scrittura poetica la cui essenza la troviamo ancora nei versi crepuscolari: (“Sarai una sillaba senza luce”, pag.17). Qui, l’uso dei correlativi indicano la metafora della figura “materna” assente. Di una essenza tale, che la morte stessa ne è implicata.
    Il Poeta ubbidisce al verso, alla parola, alla voce che, nell’attuale del suo comporre trova costantemente argini nuovi, spalancando un altrove illuminato da una esperienza ancora più vissuta, più esperita, che l’Autore propone nei nuovi versi di Incontri e agguati, rispetto a quella che troviamo nella raccolta del 2010 intitolata Quell’andarsene nel buio dei cortili, seppure, proprio quella raccolta ci prepara a questa con i versi: “Insegnatemi il cammino, voi che siete/ stati morti, attingete la nostra/ verità dal pozzo sigillato, staccatevi dal tempo /(…) torneremo a casa, vi diremo”. (Cfr. Maria Vittoria Lodovichi, “Bisogna difendere la poesia” di Milo De Angelis e Maria vittoria Lodovichi, in LETTERa, rivista di clinica e cultura psicoanalitica, n.3, et al./ Edizioni, Milano, 2013).

    C’è, poi quell’andarsene, per riflettere soltanto su quest’uso del verbo; esso è colto in quel senso escatologico dell’andarsene che si esprime nel verbo stesso, nel movimento di doppio giro ritmico e fonico, che fa di quella parola un capolavoro di senso dell’abecedario della lingua, colta nel suo parlare più intimo, segreto ed umano.
     Un giorno, incontrando Milo De Angelis, e avendo studiato a fondo questa sua raccolta di poesie, mi raccontò dove udì “l’uso del verbo andarsene”. Il Poeta lo aveva ascoltato mentre era sul tram, una mattina presto; emerse dal dialogo tra due donne che parlavano sottovoce. Una diceva all’altra, mio marito “se né andato”.
    Milo De Angelis sa restituire ciò che la Modernità ha cancellato e rimosso come la passione della morte e la sua dimensione tragica. In Incontri e agguati Milo De Angelis costruisce la regia, il luogo simbolico degli incipit dei suoi versi, nell’Indice. Posto alla fine del libro. Là, troviamo la costruzione dell’Opera tripartita in Guerra di trincea composta da 19 poesie; Incontri e agguati, eponimo, composta da 21 poesie; contrassegnate da numeri romani, la venticinquesima, il cui incipit così cita: In questo luogo di corpo sedati, rimane senza numerazione, quasi una isola, che conclude, l’innumerabile.
    Un libro forte, straordinario, nel quale il pensiero della morte, sulla morte diviene l’esperienza che attraversa tutta la sua vita, un cercare di esprimere ciò che non si può dire, che non si può pensare. Infatti, è qui l’uso magistrale dei significanti Nulla, Niente, Nessuno. Parole che nel verso inventano ciò che non possiamo dire, che scaturiscono però dalla testimonianza del Poeta che invece ha guardato, ha cercato di cogliere, anzi, esperito il vuoto che la morte consegna nel lutto. Leggi il seguito

Segnaliamo venerdì 19 febbraio 2016 alle ore 14.30
presso l’UNIVERSITÀ’ DEGLI STUDI DI MILANO, via Festa del Perdono 3
il seminario di VITTORIA BORSO’
cui segue una conversazione con ROSALBA MALETTA  e altri.

Il tema è:
ESTETICA E POLITICA DELLA VITA.
LINGUAGGI E POETICHE DELLA SCENA UMANA
PER IL TERZO MILLENNIO. 

 “Con Il padre dov’era (2013) ho esplorato il tema teorico e clinico delle omosessualità maschili nelle loro differenti forme.
In questo libro, Sessualità e politica. Viaggio nell’arcipelago gender,
esploro le implicazioni sociali e comunitarie, dunque simboliche e antropologiche dell’omosessualismo.

Intervista all’autore. 

    E’ importante fare la distinzione tra omossessualità, come dimensione in cui si afferma una tendenza soggettiva, e omosessualismo che è un compiacimento sociale che incoraggia e sostiene l’assunzione di una diversità. L’omosessualità non può diventare un diritto se non in una visione perversa della sessualità. Sade in tal senso ha insegnato parecchio, nell’era del Terrore e non solo. Oggi ci troviamo immersi in un’enfasi dei diritti in cui, paradossalmente, un omosessualismo diffuso e compiaciuto produce omosessualità, produce cioé l’idea secondo cui tutto è possibile: il corpo può diventare edonisticamente oggetto di piacere e godimento senza limite. Tutto ciò va nella direzione del trionfo del narcisismo.
     Reclamare il diritto all’adozione da parte delle coppie gay è l’indice di un narcisismo estremo. Insisto e ribadisco: qui non si tratta più di figlio, non può esserci figlio perchè viene meno il dispositivo simbolico della filiazione. Semmai potrà esserci bambino ossia oggetto di desiderio: oggetto che potrà costituire, sulla propria pelle, da legame immaginario tra due individui che si rispecchiano uno nell’altro.
     Perchè “sessualità e politica”? Perché la sessualità è la cifra della soggettività, è quell’intelligenza che abita il nostro corpo e alimenta il nostro fare. La sessualità ci mantiene in vita. Per politica intendo l’urgenza, sollecitata dal nostro tempo, di un’idea differente di bene comune e di cosa pubblica. Ogni idea di bene comune implica un’idea relativa all’Altro, al legame con l’Altro, alla comunanza con l’Altro. La cosa pubblica implica radicamente che ci sia un noi. E oggi, epoca di individualismo estremo e solitario, è sempre più difficile far sì che un’idea comune possa tenere, possa tenerci assieme. La politica occorre che tenga alto uno sguardo sul futuro, uno sguardo che rechi con sè il desiderio di custodire e trasmettere la civiltà, che possa garantire una civiltà non fondata sull’avvilimento o la distruzione dell’Altro. La sessualità e la politica  esigono entrambi una pratica dell’eteros, dell’alterità. Entrambi mantengono l’alterità, non la distruggono o la omologano. Semmai la accentuano, la mettono al lavoro, la riproducono.
    In questo libro ho individuato circa sessanta voci fondamentali con una serie di rinvii interni ad altre voci che delimitano, quasi come caposaldi, un terreno entro cui si gioca una scommessa di civiltà. Il contesto è quello dei nostri giorni e del nostro tempo in bilico su una soglia epocale. Si tratta di un viaggio <<politicamente scorretto>> che percorre alcune parole basilari al di fuori dell’omologazione somministrata dai soliti slogans. Il lettore troverà non un sapere all inclusive, esaustivo o preconfezionato ma spunti, sguardi, prospettive inedite che scandagliano <<dall’interno>> il pensiero gender, i suoi paradossi, le sue idee fisse, i suoi zoppicamenti.
    Sono considerazioni che prendono le mosse dalla psicanalisi e dalla sua clinica, da quella psicanalisi che ritiene imprescindibile, in questo tempo, entrare con audacia, in modo laico e non accademico, in merito al disagio della civiltà.  Questa psicanalisi non pretende di possedere la Verità ma di praticare quella sufficiente etica che consente di evidenziare alcuni frammenti di verità psichica e storica in grado di aprire nuove vie del pensiero. Del resto è facile constatare come nei vari documenti e <<linee guida>> gender, non vi sia traccia di psicanalisi. Spicca anzi una sua costante negazione, un’avversione che sconfessa l’ambito psichico, la dimensione dell’inconscio, la differenza sessuale, il lavoro della memoria, la soggettività”. 

L’iniziativa IL CINEMA DI YASUJIRO OZU che si terrà presso la Biblioteca di Crescenzago di Milano
(viale Don Orione 19 – MM Cimiano)  nelle date ven. 15, 22, 29 gennaio e 5 febbraio 2016,

è coordinata da DAVIDE BERSAN (http://ascoltoenarrazione.blog.tiscali.it/lautore-del-blog/)
che presenterà, in una conversazione con il pubblico,
due film di Ozu, “Tarda primavera” (1949) e “Il gusto del sakè” (1962″.

Il cinema di Yashujiro Ozu: alcune considerazioni
su “Tarda primavera” e “il gusto del sakè”
Davide Bersan

  La lettura di alcune pagine del libro “Ricordi di mia madre” di Inoue Yasushi può rappresentare un’utile introduzione alla visione dei due film di Ozu “Tarda primavera” e “Il gusto del sakè”. Il collegamento tra le pagine di Yasushi e le opere di Ozu potrebbe essere il tema del rapporto filiale espresso con toni e accenti di un pudore estremo che si equipara solo all’intensità dei sentimenti che allo stesso tempo tace e rivela. Vi si rispecchia una certa modalità  orientale e in particolare giapponese di dare corpo e voce alle emozioni e ai sentimenti.
Voglio soffermarmi con gli autori su emozioni e sentimenti che scorrono tra figli e padri. Nel libro, solo in alcune pagine iniziali, tra un figlio e un padre (poi si dedicherà a descrivere gli ultimi anni della madre nel suo progressivo decadimento mentale), nei due film di Ozu che sono proposti sarà tra una figlia e suo padre. E Ozu non è un autore che vuole rimanere alla superficie dei rapporti, come già visto nel suo film del 1942 “C’era un padre”: egli vuole arrivare al cuore della relazione, al momento autentico in cui si disvela qualcosa di profondamente umano.  Di solito arriva a questo momento attraverso uno o più momenti critici, in cui nell’animo dei personaggi si svolge una crisi che non è eccessivo definire drammatica anche se esternamente pare non succedere quasi nulla. Nel film citato questi momenti potevano essere quei ripetuti distacchi che il bambino deve affrontare rispetto la figura paterna che vede suo malgrado allontanarsi da lui, distacchi che non finiranno con la raggiunta età adulta ma la perdita ineluttabile che generano fa parte della legge della vita che va accettata con serenità lasciandosi colmare di quel sentimento “oceanico”  di commozione malinconica e struggente.
Riprendendo il filo che lega le pagine di Yasushi alla visione dei film di Ozu non c’è solo il tema della pietà filiale o comunque di quella partecipazione dei sentimenti e delle complicazioni che ne derivano tra figli e padri ma anche il grande tema della solitudine esistenziale che troveremo certamente in “Tarda primavera”, dove la scena finale ne è come  la quintessenza consegnata alla sublimazione artistica, ma addirittura come prevalente su altri ne “Il gusto del sakè”. Del resto è l’ultimo film di Ozu che morirà l’anno successivo, nel 1963, e in quello stesso anno, durante la lavorazione del film, sarà la sua cara madre ad andarsene, lasciando solo il figlio che con lei viveva nella loro casa di Kamakura.
Nelle pagine di Yasushi c’è il senso di smarrimento che coglie nel momento in cui vengono meno le persone che pur nel loro limite hanno costituito un baluardo di senso e come delle coordinate per navigare nel mare della vita. Il senso di smarrimento indugia nelle riflessioni che l’essere umano da sempre ha coltivato rispetto la fine che tutti ci aspetta e il momento della morte. Yasushi dice che la morte del padre e il progressivo decadimento mentale della madre gli hanno aperto davanti lo scenario della morte che prima era come velato da un sipario che era la stessa esistenza dei propri genitori. Del padre egli dice “non mi ero prima mai accorto che con il suo vivere mi aveva protetto”, e da che cosa lo aveva protetto se non dal pensiero della morte, della fine di tutte le cose. Era lui, il padre, infatti in prima linea e questo è il compito di un padre rispetto ad un figlio, il suo primo compito: proteggerlo dalla morte.
Il tema dello smarrimento di fronte al mistero della vita e della morte è affrontato anche da Ozu che lo coglie nell’atteggiamento del padre che alla fine rimane solo, lui che non ha fatto niente per evitare di rimanere solo, altrimenti avrebbe per egoismo rovinato la vita anche di sua figlia. Il suo agire onestamente per il bene degli altri della famiglia lo consegna di nuovo al suo destino di solitudine. Ma ciò non produce in lui cupa disperazione o una rabbia malcelata perché ciò che alla fine egli vive è una sorta di tristezza che lo congiunge con una malinconia cosmica che è anche dolcezza e movimento calmo.
Ciò che contempliamo soprattutto nelle scene finali di “Tarda primavera” ma anche de “Il gusto del sakè” è piuttosto la serena accettazione  anche se attraversata da momenti di dolore e di sconforto di ciò che non può non accadere: il prendere la propria strada da parte della figlia che lascia un vuoto incolmabile nella casa e un senso di disgregazione e sfaldamento nella famiglia. E’ l’accettazione pacificata (il mono no aware  della tradizione zen) di quello che deve compiersi,  che come è nato alle stagioni della vita così ora deve seguirne il corso ed essere consegnato al suo destino di maturazione e consumazione. Certo si tratta della fine di un percorso, dell’estinguersi di un ciclo naturale, dell’ineluttabilità di un morire. Ma tutto ciò è tuttavia nell’ordine stesso delle cose che nel loro ciclico morire e rinascere è come fossero governate e custodite da un cuore pulsante di senso.
Voglio riportare, per concludere queste riflessioni, la poesia che Ozu ha scritto dopo la morte della madre, ricordiamolo nel 1962. E’ forse l’unica poesia scritta dal regista e dato il frangente particolare da cui nasce (un tempo di lutto che presagisce ciò che dopo non molto tempo l’avrebbe raggiunto) la si può vedere come un “manifesto” riassuntivo della sua poetica, del suo stile  e della sua visione del mondo che sapeva unire alla componente estetica e artistica temi di valenza universale  con la semplicità dei comportamenti quotidiani.

    PELLEGRINAGGIO A KOYA

Per spargere le ceneri di mia madre eravamo giunti sul monte Koya.
Fiocchi di neve nel vento scendevano dal limpido cielo blu sui cedri torreggianti.
I raggi del tramonto illuminavano attraverso gli alberi
le pietre tombali coperte di muschio degli antichi ministri e reggenti.

La candela di una povera donna luccicava nel padiglione interno.
Ancora una volta il fumo degli incensi saliva in spirali tra le tardive foglie degli aceri.
Benché io non sia Ishidomaru la brevità della vita umana,
che galleggia come una bolla sull’acqua, mi opprimeva nel mio assorto stordimento.

Ma i miei pensieri presto scivolarono sugli alloggi per la notte e sul cibo;
eccomi desideroso di mangiare, di bere: non c’era scopo nell’attardarsi.
Scesi dal monte Koya con fretta poco rispettosa.
Qua e là i lampi incendiavano a intermittenza la vita mentre il tramonto scendeva nel monastero.

Sull’altare, lasciato alle spalle, una piccola urna.
Dentro di essa le ceneri di mia madre.
Deve sentire molto freddo là dentro.

Lunedì 30 nov. 2015, alle 18.30, presso l’INSTITUT FRANCAIS
di Milano in Corso Magenta 63
conversazione in occasione della presentazione
del Catalogo della Mostra OLTRE LA CENA UN’ULTIMA SCENA,
con artisti e critici tra cui
LUCIANO CRESPI, CHIARA GATTI,
PIETRO MARANI,
MARIA CRISTINA MADAU, GIANCARLO RICCI.

Sabato 28 novembre 2015, alle 16, presso il Circolo della Stampa di Milano (Corso Venezia 48) si svolge una conversazione intorno al libro 
LA CODA DELLA COMETA (a cura di Luisa Fressoia).

Oltre al saluto della Presidente del Circolo della Stampa,
dott.ssa DANIELA STIGLIANO, intervengono:

GIANCARLO RICCI (“Il femminile e l’eteros”),
LUISA FRESSOIA (“Autobiografia e bellezza”)
PAOLA BONZI (“La fecondità della donna”)

Coordina ROSANTONI BARONI 

 

Pubblichiamo il saggio  di Roberta Sironi “Delle vite involontarie. Sugli scritti di Brianna Carafa”, uscito sul n. 65 di NUOVA PROSA (semestrale di narrativa diretto da Luigi Grazioli) dedicato a “Maestri ritrovati” (a cura di Giacomo Raccis), Ed. Greco&Greco, 2015

Molto di più, per sua impeccabile e lucida lievità, che un’esplorazione dell’opera letteraria di Brianna Carafa, il testo di Sironi è stato discusso nell’ambito della presentazione, presso lo SPAZIO TADINI di Milano, della rivista NUOVA PROSA n. 65 dedicato a MAESTRI RITROVATI.

Cosa mai sia l’involontarietà della vita: quanto ci fermiamo a guardare all’indietro nel punto inafferrabile da cui scaturisce, carico di promesse e non richiesto, un debito impagabile che chiede come primo pegno il dovere di vivere perché si è ormai qui nel mondo – un mistero di visibilità indissolubilmente legato al mistero di un esserci; oppure, involontario, è quel procedere sicuro del tempo (limitato e stretto alla vita di altri) che non si può far altro che respirare correndo a bocca aperta, senza la presunzione di capirci qualcosa. O ancora, quel sentimento di abbandono fatto di una vertiginosa e serissima levità che accomuna a un certo punto della vita – lo sapeva bene Conrad – chi lascia gli ormeggi senza scopo apparente e si affida, incauto e inesperto, a una distesa di incontri casuali apparecchiati dal proprio destino.

  Il titolo straordinario, La vita involontaria, con cui Brianna Carafa pubblicava da Einaudi nel 1975 il suo primo romanzo già riavvolgeva con cura il lungo e insidioso scrutare delle vite (di sé, degli altri) che andava imbastendo sotto forma di racconti sulle pagine di Botteghe Oscure e di Paragone tra gli anni ’50 e ’70 dove il verbo vivere si declinava – per spezzature e tensioni – in una successione di trame e soggetti dalle sembianze sempre un po’ logore, un po’ lise, nel tessuto lucidissimo della scrittura. Sempre un doloroso e feroce discorso di iniziazione alla vita: come se dai recessi di un oblio indefinito balenasse per la prima volta alla coscienza dei suoi personaggi la percezione di esistere, e questa si facesse insieme domanda e scrittura. Quasi che per cogliere il senso della vita tutte queste figure ne dovessero condividere in fondo una mancata presa, mostrandola come qualcosa di inafferrabile e sfuggente: un grumo soave e struggente dai molteplici volti, un grumo indifferente e dimentico, che attanaglia tutti passando, precludendo, serrando. O forse solo un movimento del caso o un’impropria coincidenza del destino, dove l’aggettivo involontaria suggella proprio quel planare di momenti dispersi e inconcludenti che scandagliano sino alle radici le ambizioni di una consapevolezza e la presunzione di un possesso (è il pugno impossibile dentro cui si vorrebbe che il povero Paolo del romanzo afferrasse la vita), dando l’avvio a un mondo subìto il cui ultimo tendere sembra essere un moto all’indietro, sprofondato all’origine dell’esistenza.

   Sono viaggi di ritorno quelli dei romanzi della Carafa (La vita involontaria prima, poi del ’78 Il ponte nel deserto) come anelli che mossi da una predestinazione compiono un giro serrato portandone i protagonisti sempre più vicini ai misteriosi luoghi di partenza. Per il Paolo de La vita involontaria è il percorso verso i territori inespugnabili dei Tetti rossi, l’isola nascosta di cui l’immaginazione infantile si accanisce a indovinare i misteri e i sortilegi calati sui malati – i folli, i pazzi – lì invisibilmente rinchiusi; e per il Bobi – l’ingegner Berla del Ponte nel deserto – è invece una caduta nei recessi temporali della propria esistenza: un viaggio nello spazio che è anche un viaggio nel tempo (Olvido si chiamerà, nel Messico delle mitiche lontananze, la bettola magica e sudicia dove per poco potrà tornare a sentirsi più vicino a se stesso) verso il punto di una mancanza mai colmata che si riaffaccia carezzevole e paurosa come un’ombra nel frusciare fantasioso dei panni di quella Regina Claudia – la “dimenticata”, l’ “esclusa” – che alla culla, racconta la fiaba, non è mai stata invitata. Sono rimbalzi continui tra l’esterno e la mente, dove gli allontanamenti e le fughe dai luoghi chiusi del vivere quotidiano contano insieme come realtà e metafore; dove la distanza apre i luoghi del ricordo e una lingua calibrata e tesa fa ancor più risuonare gli echi delle smagliature del tempo e delle cose: spazi dello straniamento e della messa a nudo delle verità che germinano in complessi ribaltamenti tra reale e irreale. Come nel processo (palcoscenico del mondo per eccellenza, da Kafka all’Ortese) che consuma la felice verità di Bobi nelle false ovvietà della logica, e nell’evidenza di prospettive e regole insensibili ai sogni. Tanto più che quel che viene portato a giudizio come “fatto” cade meglio sotto la veste del desiderio che della concretezza del reale: un’immagine pura, alchemica e liberatoria che è la storia della costruzione di un sogno, più prossimo all’anima che alle cose. E proprio per questo da nascondere e da condannare.   Leggi il seguito

Segnaliamo l’appuntamento di Macerata in cui GIANCARLO RICCI,
il 4 agosto alle ore 21, interviene sul tema:
“Tradimento, inganno e arte del perdono”.
La manifestazione dal titolo LO SPAZIO DELL’ANIMA
si tiene presso la Civica Biblioteca Maceratese ed è promossa dall’Associazione PRAXIS nell’ambito del MACERATA OPERA FESTIVAL 2015. 

Pubblichiamo alcuni passi d’apertura dell’intervento di G. Ricci.  

 

Ed è così che, volenti o nolenti, nel cuore del dramma dell’amore pulsa il tradimento. Curiosa faccenda. Perché sempre il tradimento si svolge sul filo di una metafora: è sempre qualcos’altro, richiama la stessa questione (l’amore) ma si rivolge ad Altro, chiama in causa l’Altro. Il tradimento, altra faccia dell’amore, dimostra che il volto della passione è mutevole, non giunge a consegnarsi all’oggettività, non riesce a trovare o a raggiungere quell’ideale identità di cui si nutre il sogno d’amore. (…)
       Difficile ammettere che il tradimento possa essere un (nuovo) miraggio con cui continuiamo a ingannarci. Infatti l’alterità che ora scopriamo in un altro oggetto era già lì a portata di mano, incarnata nello stesso oggetto che adesso abbandoniamo. L’oggetto è sempre già Altro, incarna in sé un’alterità inconsumabile. E’ contraddistinto da un infinito. Pensarlo come finito, delimitato, oggettivato, identico a sé significa pensarlo come oggetto morto o mortifero.
       Per aggiungere altri paradossi, qualche riflessione sulla parola tradimento si impone, dato che possiede inaspettatamente una fecondità inaudita. Il verbo tradire (dal latino tradere), reca con sé il significato di consegnare, di trasmettere, per esempio un ordine precostituito, un sistema preesistente. In tal senso tradire presuppone, in una logica particolare, il dramma del passaggio dal vecchio al nuovo, dall’antico all’attuale, dalla tradizione all’innovazione. Chiama in causa, in definitiva, un concetto di identità inteso come apertura che ammette una differenza. Non si tratta di un’identità che si chiude in se stessa, che si difende e si protegge. Tradire, in tal senso, riguarda l’incessante processo di trasformazione in cui è immerso il soggetto, così come ogni essere vivente. Ogni trasformazione è anche un tradimento, ma è un tradimento che si svolge nel nome della tradizione.

Psicoanalista, linguista, semiologa, Julia Kristeva è professore emerito all’Università di Parigi VII e direttrice del Centro Roland Barthes. Molti dei suoi libri sono stati tradotti in italiano. Kristeva si definisce cittadina europea, di nazionalità francese, bulgara di nascita e americana di adozione. Con queste credenziali si interroga sulla cultura Europea.

Il 23 giugno 2015, presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano in collaborazione con “Mondi Migranti”, Kristeva ha tenuto una Lectio magistralis dal titolo:
Homo Europeus: Does an European Culture Exist?
Presenti il prof. Maurizio Ambrosini e la prof.ssa Luisa Leonini.

 

Resoconto di MARIA VITTORIA LODOVICHI

    Per i giovani l’Europa è rappresentata dall’esperienza di Erasmus, dallo scambio delle lingue, delle culture, del costume. L’inno dell’Europa è L’inno alla gioia di Beethoven le cui note ancora oggi suscitano forza nell’unione. Oggi la crisi economica che dura da molto tempo è anch’essa senza frontiere, ma qual è la scommessa? Possiamo pensarci senza Europa? Senza Europa potrebbe realizzarsi il caos.
Quali sono i tesori dell’Europa? Al primo posto Kristeva pone il valore della diversità delle lingue verso le quali lei stessa confessa la complessità dell’essere bulgara e di trovarsi a parlare in francese come lingua di adozione e in inglese come lingua da usare all’Università. Ma questo le permette, afferma, di essere collegata con la maggior parte dell’umanità.

Il senso della nazione con cui ogni singolo paese contribuisce e che dà adito alla ricerca e alla costruzione dell’identità è di grande portata. Su questo punto il discorso è complesso in quanto Kristeva articola sia il concetto di identità inteso in senso sociale, sia l’identità intesa in senso soggettivo, in particolare partendo dalle istanze freudiane. L’Io “non è padrone in casa propria” affermava Freud, ma ancora più nel profondo dell’esperienza psicoanalitica, Kristeva sottolinea il più famoso degli aforismi freudiani: ciò che era inconscio deve tornare all’Io (Wo Es war, soll Ich werden).
Il concetto di libertà viene elaborato dalla filosofia greca fino a farlo coincidere con il concetto di responsabilità soggettiva. Il ruolo delle donne nella vita e la secolarizzazione sono gli ultimi due temi studiati ed esperiti in questi ultimi anni. Il mio libro “Stranieri a noi stessi” già lo annunciava: è in Europa che si è costruita quella nuova e ancora fragile realtà identitaria che accoglie con sé e raccoglie in sé lo straniero. Se noi siamo stranieri a noi stessi, come Freud ci indica, vivere da stranieri o con stranieri ci permette di ricostruire il destino dello straniero nella civiltà europea. Quella “inquietante estraneità” (straniamento) proposta da Freud apre una nuova etica. Non tanto per integrare lo straniero quanto per rispettarlo.
La civiltà greca, la religione ebraica, cristiana e mussulmana, i grandi filosofi come Montaigne, Erasmo, Diderot, Kant, Camus e molti ancora che hanno studiato il disagio della vita da stranieri, hanno vissuto in terre in cui i diritti dell’uomo si esprimevano e si esprimono attraverso le trasformazioni, le rivoluzioni, i nazionalismi, i totalitarismi ed infine il volto stanco e “accidioso” della democrazia.
Come praticare la politica oggi? I politici fanno fatica a strutturare questa realtà che emerge dalla diversità dei popoli europei. Sono popoli stravolti dai flussi migratori provocati dalla globalizzazione. L’Europa attuale somiglia sempre di più a un principato spietato ma privato di esistenza reale che nessuno si autorizza ad accreditare.
La politica è immersa in una depressione di tipo accidioso, privata della capacità del rilanciare la vita delle città, delle nazioni e dei popoli. La politica mette in atto un rifiuto, una regressione, essa è diventata incapace di leggere la storia, la vitalità storica rappresentata dalla memoria culturale della nostra vita. Una memoria da cui la politica si è distaccata nel momento in cui si è specializzata nella gestione del patto sociale.
L’Europa non ha inserito la cultura nel Trattato di Roma, e i tecnocrati dell’Unione europea non sembrano accorgersi che una cultura europea esiste già, esiste come insieme composito di culture e di lingue nazionali, come elemento trasversale a questa pluralità. Vi sono significative rimozioni sull’inquisizione e sulla Shoah. Davanti a noi una storia di lotte emancipatrici e di resistenze hanno rappresentato un orizzonte “federatore”, nel quale si riconoscono contemporaneamente i disoccupati greci, i portoghesi, gli italiani, così come gli idraulici polacchi, i blogger tedeschi e i “twitteristi” francesi. Costoro, indignati dalla crisi, non hanno mai messo in discussione la loro appartenenza a una cultura europea, però si sentono europei. Come avviene questo? Kristeva prosegue insistendo su alcuni aspetti della cultura europea: la nozione di identità e il multilinguismo, il destino del concetto di nazione, un nuovo umanesimo da reinventare.

Giovedì 28 maggio, alle 18.30, ai Frigoriferi Milanesi
(via Piranesi 10 – Milano) presentazione del libro
L’eternità invecchia. Sulla poesia di Celan
(Orthotes Edizioni)
di Mario Ajazzi Mancini.

Intervengono oltre l’autore: Dario Borso, Nicole Janigro, Rosalba Maletta, Giancarlo Ricci.

L’eternità invecchia che riprende e completa un lavoro svolto dallo stesso autore in un volume precedente (A nord del futuro,  Clinamen 2009) è un libro sulla traduzione. Esso interroga la lingua italiana a partire dal confronto con un testo originale straordinariamente arduo, ma tale anche da offrirle opportunità di trasformazione e “arricchimento”. In questa prospettiva, la riflessione sulla lingua diviene per lo più riflessione filosofica sulla poesia, intesa come condizione estrema del significare, limite di dicibilità sul bordo dell’insensatezza.
I temi sono le “cose ultime” e il modo in cui è ci concesso parlarne: la vita, la morte, il sacrificio, l’incontro, il dialogo, l’attenzione, la preghiera, la follia… Nella infinita varietà di forme in cui si presentano nella scrittura di Celan, mirabile interprete del ‘900. La sua opera conclusiva sporge con decisione dai confini storici, e offre al pensiero, alla parola la speranza di un oltre. Un oltre talvolta anche luminoso. Letture, storie di lettura, intorno all’ultima produzione poetica di Paul Celan, che cercano di sporgersi oltre la soglia idealmente tracciata dalla raccolta Atemwende (Svolta di respiro) del 1965 – pubblicata nel 1967. Per raccontare degli ultimi anni di una vita dedicata alla memoria e alla poesia, alla testimonianza di una ignominia (la Shoah) e alla ricerca inesausta di un dire che potesse essere innocente nella lingua di chi forse non potrà mai esserlo. Ma anche ad accordare alla scrittura una fiducia tanto impossibile quanto straordinaria, per la sua capacità di fare argine, di compattarsi sul bordo dell’insensatezza. Posta etica che si trascrive nella massima densità di una parola, talvolta una singola parola, che è limite e sfida per la traduzione. Tanto feconda nondimeno da concedere uno sguardo differente sulle medesime cose che questa poesia indica come decisive e inaggirabili.
Preghiera, sacrificio, speranza, dialogo (perfino nella follia) … Tanto sul versante degli interlocutori quanto dei luoghi di un confronto dal passo serrato sulle piste di quest’avventura, affinché dall’Assisi di Francesco, dalla Hütte di Heidegger, dal monte Moriah, da Parigi e Gerusalemme, sia possibile affermare che la vita è da benedire, da dire bene ogni volta che c’è, e che si attesta nella mirabile varietà dei nomi, delle figure in cui si declina, siano quelle di un ciuchino mansueto, dell’ariete sacrificale, delle lucciole (vers luisants) che continuano a vagare, intermittenti lumicini di affidamento, speranzosamente accordato a ogni incontro.

 Sabato 28 marzo 2015, alle ore 16,
presso KANTORATELIER in via Senese 18 a Firenze,
si tiene la presentazione del libro curato da Ettore Perrella,
PROFESSIONE PSICANALISI. LA PSICANALISI IN ITALIA E IL PASTICCIO GIURIDICO DELLE PSICOTERAPIE (Arakne editrice) in cui sono presenti saggi di
Pier Francesco Galli, Mariella Gramaglia, Giacomo B. Contri,
Rolando Ciofi, Ettore Perrella, Mario Binasco, Pietro Andujar, Romano Màdera, Giancarlo Ricci, Orfeo Verdicchio, Davide Natta, Giovanni Sias, Massimiliano Tosolini, Andrea Menconi.
La prefazione è di Luciana La Stella.

Pubblichiamo il testo di G. Ricci dal titolo
“Gli ordini professionali e il caso della psicanalisi”

Nel Seminario (1962-1963) di Jacques Lacan sull’angoscia – quello che precede la cosiddetta “scomunica” da parte dell’IPA e l’imminente fondazione dell’École Freudienne – troviamo, tra infinite divagazioni, un passo interessante. Si tratta di alcune considerazioni con cui Lacan propone una veloce e curiosa connessione fra tre termini: l’impotenza, il concetto di professione e la funzione della castrazione. È un passo in cui ogni parola si presta a un commento, tanta è la sorpresa nel constatare la loro attualità: 

Con il progresso delle istituzioni, l’impotenza umana diventa qualcosa di meglio del suo stato di miseria fondamentale: essa si costituisce in professione. Intendo professione in tutti sensi del termine, dalla professione di fede sino all’ideale professionale. Tutto quello che si trincera dietro la dignità di ogni professione è sempre una mancanza centrale che è impotenza. L’impotenza, nella sua forma più generale, destina l’uomo a poter godere solo del suo rapporto con il supporto di (+ ?), vale a dire solo di una potenza ingannevole”. (J. Lacan, Il Seminario, L’angoscia, Einaudi, Torino 2007, p. 293)

Sembrano considerazioni di oggi ma sono state pronunciate mezzo secolo fa. Nel frattempo parecchia acqua è passata sotto i ponti. Acqua che raramente ha irrigato e nutrito, per esempio nel nostro paese, il campo freudiano. Piuttosto questa acqua è risultata stagnante, soffocando ogni possibile progetto rivolto a far crescere la psicanalisi nella direzione impressa da Freud e poi da Lacan. 

Nel frattempo è intervenuta la Legge Ossicini, nel 1989. Se evochiamo questa data, che coincide con quella della caduta del muro di Berlino, è appena per accennare come alla cosiddetta “fine delle ideologie” è succeduta un’altra modalità ben più sottile: questa, con l’apparenza della neutralità e del “politicamente corretto”, si è aggrappata in modo parassitario al soggetto e alla soggettività, esigendo per il “bene comune” un controllo egemonico. Si apre dunque l’era della globalizzazione e del neoliberismo, dove la libertà subisce quasi l’obbligo di far mostra della propria potenza. Basti pensare all’enfasi dello scientismo e, su un piano morale-etico, della logica del “tutto è possibile”. La potenza diventa piuttosto la maschera di una “potenza ingannevole”. L’enfasi delle professioni, delle specializzazioni, delle competenze adeguate si affermano socialmente come l’altro volto dell’era della tecnica. Non a caso il significante “identità” (etnica, sociale, culturale, istituzionale, professionale) risuona inflazionato, come se fosse la bandiera sotto cui ciascun individuo accorre per ottenere un riconoscimento. Parafrasando la celebre battuta di Lacan agli studenti del ’68 parigino: “Volete un’identità? L’avrete!”. 

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Ospitiamo alcuni brani dell’intervista a Luigi Campagner, autore di L’inganno nell’amore. Le figure della seduzione in Kierkegaard (Prefazione di Giacomo B. Contri) Ed. Odon, Milano 2014. L’intervista (5.9.14) è cura di Giovanni Callegari (Presidente Metis) ed è disponibile in: LUNIPSI  

Nel libro gli accostamenti di Kierkegaard con Freud e Lacan sono numerosi. Può approfondire queste coraggiose connessioni?

A mettere Kierkegaard sul campo psicoanalitico è stato Lacan, che lo ha commentato più volte. I nessi con Freud sono venuti di conseguenza. Kierkegaard è stato bravo in una cosa, perché ha descritto un triangolo, che poi viene ripreso anche da Lacan: la donna è la donna del padre. È il triangolo Freudiano commentato anche da Contri che (come spesso gli accade) mette lo cose coi piedi per terra: mia madre è la donna che ama mio padre. Ma è un Kierkegaard già supplentato da Lacan, nel senso che Kierkegaard afferma di non aver avuto accesso alla donna per un ostativa del padre, che lo avrebbe inchiodato alla posizione melanconica. Ora tutta la vicenda personale di Kierkegaard è una vicenda di sterile ribellione, al rigore del padre. Nel libro, ho richiamato il passaggio in cui Freud parla “dell’obbedienza posticipata”…    

             

Perché sterile? In fondo la sua era una ribellione giusta?

Sterile perché non arriva mai a fare la propria strada, lasciandosi il genitore alle spalle. Invece ne fa un totem, anche nel senso di crearsi una giustificazione inconscia: lui non vuole, io non posso. Al massimo posso trasgredire. Kierkegaard non perviene alla soluzione che era stata già di Francesco d’Assisi: “non ti chiamerò più padre”. Nella patologia accade spesso così: non solo non si trovano soluzioni, ma non si riesce neppure a trarre vantaggio dalle soluzioni già pensate da altri. Kierkegaard resta fissato a una ribellione e, dopo la morte del padre, fissato ad un’obbedienza posticipata. Per cui, ad es., la laurea in teologia presa successivamente alla morte del padre, quando nessuno si sarebbe mai aspettato che lui si laureasse. Il suo non laurearsi era una forma di ribellione. Fin tanto che il padre è restato in vita non gli ha dato la soddisfazione di laurearsi in teologia. Quando è morto, invece, si fissa alla teologia, occupandosi solo di questioni religiose. Ricalcando così le orme del padre, che alla nascita di Søren già non si occupava più di affari, ma solo di questioni religiose. Questa forma di ribellione, Kierkegaard la ostenterà anche nei confronti del “grande Altro”, come direbbe Lacan, nel senso che la ostenta nei confronti della società, perché non accede ad una professione, non accede ad un’associazione, non accede ad un circolo né politico, né letterario, né religioso. In un gioco “per versi diversi” nega ogni forma di socialità, perché Kierkegaard eccitava un interesse da parte di molti attori, sia religiosi che politici che dell’arte. Eccitamento che mandava costantemente deluso, come ben sapevano i redattori del Corsaro, il giornale progressista che finirà col prenderlo di mira con le famose caricature.

Nel rapporto col padre trova centrale l’elemento fissazione?

La fissazione è il quarto elemento della psicopatologia, aggiunto da Giacomo B. Contri alla triade Freudiana: inibizione, sintomo, angoscia. La fissazione tiene assieme i primi tre elementi. Li cementifica, fissandosi sull’agente patogeno. La dipendenza patologica nei confronti del padre sta anche nel fatto che Kierkegaard non diventa mai autonomo. Un’ulteriore elemento della sua fissazione nei confronti del padre è la sua dipendenza economica, per cui vive delle risorse paterne fino alla fine, quando finiscono le risorse paterne, quando si estingue il patrimonio lasciatogli dal padre, anche Kierkegaard muore. Questo dramma Kierkegaard lo rappresenta di continuo, nelle figure di Abramo con Isacco, nel suo rapporto con Regine, ma anche nella dialettica tra Don Giovanni e Leporello e in quella tra Don Giovanni e Donna Elvira. Di Donna Elvira dice di non saper definire meglio il suo rapporto con Don Giovanni se non come un “odio amoroso”. Pur scrivendo il Don Giovanni, un opera impareggiabile, Kierkegaard si identifica con Donna Elvira: con la vittima della seduzione, così come nel dramma di Abramo e Isacco si identifica con Isacco. La statura di Kierkegaard sta nel fatto che la posizione di eccezione, che lo fa stare da solo, è una posizione, radicale, di critica sociale. Critica di una società in cui aveva creduto. Diversamente da quanto era successo ad altri nella storia, ad esempio gli eremiti (Antonio d’Egitto o allo stesso Francesco d’Assisi), che si sono radicalmente dissociati da una società e da una civiltà, ma ne hanno generata un’altra su basi differenti, la sua posizione è sterile: non crede che la società e la civiltà siano riformabili, né al livello dell’individuo né della polis. Mi sono laureato con una tesi su P.J.Proudhon, (l’autore de La proprietà è un furto), un socialista utopico contemporaneo a Marx, che era noto come “picconatore” per la veemenza della sua critica e la radicalità delle sue tesi. Con tutto ciò, Proudhon aveva un ideale sociale positivo, una forma di legame che avrebbe voluto realizzare. Era utopistico, però lo aveva. In Kierkegaard questo ideale è l’annichilimento della pulsione, quindi non c’è una meta positiva alla quale la civiltà potrebbe arrivare. Tuttavia trovo che confrontarsi con il radicale anticonformismo di Kierkegaard sia moto utile alla psicologia e alla psicoanalisi che vengono intese come strumenti per perfezionare il conformismo sociale. O per rammendarne gli strappi, dimenticando che la psicopatologia, che è pensiero, contiene un istanza di protesta e di libertà, che portare a meta, concludendo una ri-forma personale e civile, e compito dell’analisi. 

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Pubblichiamo la recensione di Fabio Tognassi
al libro di Angelo Villa,
Che cosa vuole una madre?
Il desiderio materno nei casi di maltrattamento infantile,

Edizioni ETS, Pisa 2014.

Non è semplice cogliere la portata di questo libro di Angelo Villa. Si tratta di un testo estremamente serio, di grande spessore e al tempo stesso testimone di una verità, direi, troppo spesso dimenticata. Al di là di ogni forma ideologica di pensiero e di “moralismo”, Villa ci porta a scorgere, per così dire, il rischio insito nelle pratiche di cura e di assistenza nel campo del maltrattamento infantile. L’altra faccia dell’assistenza al minore rischia di essere l’istituzione di un discorso che, in nome del bene del bambino, finisce per misconoscerne completamente la soggettività.                


   

   In questo l’autore fa sua la lezione freudiana e lacaniana: occorre fare attenzione a pensare di fare il bene dell’altro…perché si rischia di finire per sottometterlo passivamente alla nostra presa, al nostro intervento. Non senza difficoltà l’autore rischia, osa con la parola, sfidando le barriere del politically correct, del perbenismo, proprio sul terreno in cui questo ha piantato in modo saldo le sue radici: la tutela del bambino dalla sessualità e dalla violenza. Terreno incerto su cui muoversi…un campo minato di pregiudizi e ideologie, in cui è facile fare un passo falso, innescare la bomba del moralismo, ed essere così accusati di insensibilità!!! Ma occorre attraversalo questo “prato fiorito” di mine per andare a ripescare la posta in gioco di ogni autentico intervento educativo e terapeutico: il rispetto della singolarità di ciascun individuo contro ogni forma di omologazione a teorie o ideologie dominanti.


   

   Attraverso un’analisi del concetto di trauma, Villa mostra come il discorso educativo, pedagogico, assistenziale, giudiziario, si fondi sull’idea che occorre tout court evitare di far sperimentare al bambino ogni forma di trauma. Ma qui Villa distingue due forme di trauma: un trauma necessario, strutturale e strutturante la personalità e un trauma de-strutturante, maligno, disorganizzante. L’ipotesi è che ai nostri tempi il discorso sulla tutela del minore abbia messo in secondo piano l’importanza e la funzione del primo trauma, che resterebbe così coperto da un’ideologia della tutela. Ogni trauma, dunque, è da evitare: il bambino deve crescere in assenza di ostacoli, in armonia, senza inciampi.
   Ed ecco la tesi di Villa: uno sviluppo senza inciampi, senza trauma, è uno sviluppo che conduce alla follia, alla psicosi infantile! Dunque, come intendere questo trauma “buono”, necessario per lo sviluppo? Ritornando a Freud e Lacan, Villa mostra come il vero trauma per un bambino consista nell’incontro necessario con la sessualità dell’adulto, dei genitori. Lo diceva già Freud: è essenziale per un bambino poter cogliere, ad esempio, la cosiddetta “scena primaria”, ovvero l’articolazione della sessualità nel rapporto tra i genitori. È proprio a partire da questo trauma “sessuale” che ha origine tutto il percorso della soggettivazione, della costituzione dell’identità. È da questo punto limite, da questa esperienza estraniante della scoperta della sessualità adulta che si mette in moto lo sviluppo psichico. È evidente  – ma lo diciamo lo stesso… – ciò non significa giustificare l’esposizione del bambino ad un godimento perverso! Tuttavia, il discorso educativo oggi tende a scivolare ciecamente verso una  deriva ideologicamente tutelante…direi “totalitariamente” tutelante…


   

   Insomma, non c’è soggettività senza trauma! Ma qual è il rischio di questa ideologia? È quello che, come direbbe Marx, corre qualunque ideologia in senso stretto. Come mostra bene Villa, nell’intento di fare il bene del bambino, si finisce per dimenticarselo…il bambino. Infatti, troppo spesso si rischia di tutelare il bambino “a prescindere” dal bambino stesso, dalla sua soggettività, dalla sua parola, dalla sua lettura, dalla sua interpretazione dei fatti. Che cosa sia trauma e cosa no, lo decide l’Altro e il bambino finisce per subire passivamente questa imposizione. Ma questa idea oggettivata del trauma, senza interrogazione della posizione soggettiva del bambino nello stesso, finisce per generare un discorso…ahimè…psicotizzante per il bambino, proprio perché egli si trova ad essere semplicemente l’oggetto della Giustizia dell’Altro.

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Ospitiamo, ringraziandola, l’intervento di Silvia Vegetti Finzi sulla figura e l’opera di MARC CHAGALL
(Palazzo Reale – Milano – fino a 31 gen. 2015) 
        

     Sognare per sopravvivere.

  I termini “ sognare” e “sopravvivere” sottendono un nesso, non immediatamente evidente, che cercherò di spiegare proiettandoli indietro nello spazio e nel tempo sino a giungere nelle piccole comunità ebraiche dell’Europa Orientale, di tradizione mistica chassidica.  Credo che quello sfondo ci aiuti a comprendere, come vedremo, la funzione salvifica attribuita da Freud e Chagall al sogno e all’immaginazione. Il padre di Freud, figlio di un rabbino chassidico, proveniva dalla Galizia, mentre i genitori di Chagall risiedevano da generazioni in Bielorussia. In quei piccoli villaggi la minoranza ebraica, priva di rappresentanza politica e istituzionale, viveva sotto la costante minaccia di pogrom, esosi balzelli ed editti arbitrari che mettevano    costantemente  a rischio la sua stessa sopravvivenza. Conservare, in terra straniera, memoria della propria storia e della propria cultura, affermare un’identità diversa e, per altri, incomprensibile, non abiurare la fede dei padri costituiva un impegno che animava ogni minimo gesto,  infondendo un aura di sacralità alla modesta vita quotidiana. Sarà proprio quella precarietà ad attivare, come vedremo, processi psichici destinati a plasmare la mentalità e la cultura moderna. E’ forse possibile, osserva Walter Benjamin, attingere alle risorse ermeneutiche del misticismo chassidico per decifrare i segni della contemporaneità. 

Nella Interpretazione dei sogni (1900), Freud ricorda che, quando era bambino, il padre  gli fece questo racconto: “Quando ero giovanotto – mi disse – un sabato andai a passeggio per le vie del paese in cui tu sei nato. Ero ben vestito, e avevo in testa un cappello di pelliccia, nuovo. Passa un cristiano e, con un colpo, mi butta il cappello nel fango urlando: giù dal marciapiede, ebreo!”. E tu che cosa hai fatto?, domandai io. Andai in mezzo alla via e raccolsi il cappello, fu la sua pacata risposta. Chi è colui che si china a raccogliere il cappello nel fango?”. 

Se questo è un uomo, non è certo un signore nel senso aristocratico del termine, che avrebbe risposto con ira all’offesa, sfidando a duello l’avversario, non un servo, addestrato all’obbedienza, né un suddito per il quale la subordinazione è una necessità e neppure un cittadino, che si sarebbe appellato alla Legge per ottenere giustizia. Jacob Freud è un’altra cosa rispetto a queste figure della storia d’Europa: è un ebreo, una presenza marginale ma destinata ad assumere valore emblematico della condizione umana. Come il servo, anche l’ebreo subisce prevaricazioni e soprusi: Ma, nonostante l’apparente somiglianza dei loro comportamenti, la sua morale è profondamente diversa. L’etica dell’ebreo chassidico consiste, secondo Harold Bloom, nel riconoscersi diverso e altrove . Un altrove che, secondo la psicologia mistica, non è esterno ma interno ai più intimi moti dell’anima. Infatti, “scendendo nelle profondità del suo essere, l’uomo attraversa tutte le dimensioni del mondo; in se stesso abbatte tutte le barriere che separano mondo da mondo e sfera da sfera; in se stesso trascende i limiti dell’essere creato, li annulla, per scoprire finalmente – senza uscire mai da sé – nel cosiddetto mondo superiore, che Dio è tutto in tutto e che non vi è nulla al di fuori di Lui” . Nonostante l’estrema lontananza di quella cultura è forse possibile, suggerisce Walter Benjamin, “attingere alle risorse ermeneutiche del misticismo chassidico per decifrare i segni della contemporaneità”.

    L’altrove

  Uno dei termini più ricorrenti nella letteratura contemporanea, “altrove”, rappresenta la cifra costitutiva dell’identità ebraica, il crogiuolo immaginario ove, dopo la diaspora, si elabora da secoli  la sua identità. Per Freud quella dislocazione assume la configurazione dell’Inconscio, un luogo della mente ove convergono storia individuale e storia collettiva, il passato della memoria e il futuro del desiderio. Caratteristiche dell’inconscio sono: assenza del principio di non contraddizione, mobilità degli investimenti libidici che si spostano da una rappresentazione all’altra, atemporalità e sostituzione della realtà esterna con la realtà psichica. In se stessi i processi inconsci sono inconoscibili, addirittura “inesistenti” dice Freud, ribadendo il carattere ipotetico della sua toponomastica, ma possiamo scorgerli in atto nella dinamica dei sogni. La stessa che organizza l’opera di Marc Chagall, la più prossima a Freud, la più fedele alla scenografia del teatro psicoanalitico.

Tra le quinte del sonno si rappresentano l’ordito della nostra vita e le trame della nostra storia in una commistione che solo il lavoro analitico può districare sottraendole alla manipolazione della censura.  Benché l’Inconscio sfugga a ogni geometria e cronologia, quando i suoi contenuti raggiungono la coscienza e diventano narrabili, sono costretti a inserirsi nelle coordinate della razionalità, nelle categorie logiche del linguaggio. Anche l’anarchica iconografia di Chagall non può non essere letta, con effetto regolatore, come la pagina di un libro: dall’alto al basso, da sinistra a destra e, trasformata in narrazione, linearizzarsi in una sequenza temporale. Una volta che il contenuto del sogno è stato rappresentato e, sotto forma di parole o di immagini, predisposto alla comunicazione, i suoi enigmi chiedono di essere interpretati. L’interpretazione, spontanea o intenzionale, non è un procedimento superfluo ma una necessità in quanto, perseguire la verità, è per gli uomini un bisogno vitale. “ Di menzogna si muore” afferma Bion.
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Proprio nella quotidianità, nel luogo lontano da eventi straordinari, da sfolgoranti idealità, da scenari futuribili, ritroviamo una sorprendente umiltà. Saranno i tempi poco felici o forse la banale constatazione che le cose non possono che accadere nella quotidianità. Quasi non ci accorgiamo che i nostri piedi sono sulla terra e che camminano, giorno dopo giorno, nell’“ordinaria straordinarietà della quotidianità”. Quest’ultime parole sono quelle con cui lo psicoanalista Antonio Alberto Semi, nel suo ultimo libro Psicoanalisi della vita quotidiana (Raffaello Cortina), lancia il suo invito: “Forse sarebbe ora che tutti cercassimo di tener conto dell’inconscio nella vita quotidiana, del lavoro che implica, delle difficoltà che comporta ma anche delle possibilità che la considerazione dell’inconscio apre ai nostri occhi”. In fondo, e la sensibilità di Semi lo evidenzia in vari punti del suo lavoro, la nostra percezione del tempo è mutata e sta mutando.

Porre l’accento sulla quotidianità, come del resto fece Sigmund Freud con il suo celebre Psicopatologia della vita quotidiana che nel 1901 apriva il sipario sul nuovo secolo, comporta di fatto una sorta di anticipazione, di accelerazione. Il rassicurante motto “eppur si vive” non appartiene più all’età dell’oro della semplicità. Infatti non siamo più in attesa del futuro, ma è il futuro che ci rotola addosso, che ci investe violentemente e concretamente. E ci trova impreparati, addirittura frastornati nel tentativo di capire se qualcosa è già avvenuto o stia ancora accadendo. Come se la nostra memoria – storica, soggettiva, epocale – avesse cambiato, improvvisamente e senza informarci, il suo sistema di rappresentazione e la sua coerenza. Così la quotidianità e il quotidiano lavoro della nostra psiche sembrano perdere la loro forza progettuale, sembrano sfaldarsi nell’impatto con il reale di tutti i giorni.  “Da un lato l’umanità punta, perché ne ha bisogno, sullo sviluppo dell’individuo, ma dall’altro cerca disperatamente (e spesso ci riesce) di combattere e reprimere lo sviluppo della soggettività”: ecco un punto decisivo che riaffiora spesso nel libro. E’ il tema della soggettività, che oggi sembra perdersi nei miraggi di risposte facili e rassicuranti. “Si rischia di essere travolti dall’ondata di ritorno del biologismo, del cognitivismo, dalla richiesta di guarigione rapida”. Di sicuro la complessità della realtà concreta dei nostri giorni ci costringe a uno sguardo sulla contemporaneità un po’ meno trasognato e decisamente più realista.

Non a caso l’autore pone al libro un sottotitolo che suona come una messa in guardia: “L’umanità è in pericolo?”. Per fortuna c’è il punto interrogativo. In realtà ad essere interrogato è il concetto di umanità e di umano. Il tramonto delle ideologie, il teatrino narcisistico e cinico delle individualità, gli inganni della memoria, l’appartenenza a una cultura, lo sforzo di reinventare un’altra logica che possa tenere insieme il legame sociale, il senso della religione e della spiritualità, riaprono alcune istanze della psicanalisi che parevano assopite. E’ finito il tempo in cui la psicanalisi proclamava risposte normative; oggi risulta invece uno strumento fecondo che rilancia domande e soprattutto che le mantiene aperte, aperte nel solco di un’etica del confronto e della riflessione critica. Sì, è finita (o sta finendo) l’epoca euforica illuminata dalla luce abbagliante di saperi meglio confezionati o più convincenti. Dall’adattamento “acritico” promosso dalla società del benessere alla “scomparsa della soggettività”, il passo è breve, suggerisce Semi. Il quale ha ben presente il rischio di tale scivolamento: “In quest’epoca, dopo il Novecento con tutti i suoi disastri e i suoi splendori, rispettare le condizioni di sviluppo della soggettività individuale è estremamente difficile. Ma, se non tenesse fede a questa sfida, l’umanità davvero correrebbe il rischio di regredire a una condizione artificialmente animalesca”. 

Jean-Luc Nancy si interroga sul senso che suscita sull’uomo contemporaneo l’idea di prendere la parola, non più riconducibile al suo valore di atto. Un tempo prendere la parola era atto di responsabilità da parte di chi la enunciava o forse, potremmo dire, di chi la annunciava.

Uscito nel 2014, tradotto da Roberto Borghesi e da Costanza Tabacco, questo saggio di Jean-Luc Nancy intitolato “Prendere la parola” (Moretti e Vitali) è un lavoro intorno alla differenza tra comunicazione e parola, tra il linguaggio e l’atto del dire. Non dobbiamo illuderci sul fatto che l’attuale rappresentazione delle sofisticate tecnologie di comunicazione possa corroborare o rassicurarci nella consegna di un annuncio. E’ interessante, nell’elaborazione di Nancy, il concetto definito “corpo a corpo della parola” inteso nella pluralità di determinazioni che si manifestano.

E ancora il “prendere la parola” o “prendere il potere”, risultano per Nancy ciò che “ci ha già preso in noi e attraverso di noi” nel desiderio di prendere e l’attitudine di farlo. Il filosofo francese giunge anche al suo appello, al suo punto di forza quando invita a “prendere la parola” contro la condizione annientante del pallido linguaggio concettuale, sempre uguale, solo in abiti ogni volta differenti. Le parole che pronunciamo sono ridotte a semplici segni semantici, strumenti d’intesa. Non sono più essenziali né in cielo né in terra. Si scorge nel testo una speranza: Nancy la costruisce, per la poesia, nell’idea di quando l’uomo “prende la parola” quasi volesse “prendere nota”. Questo “prendere la parola come prendere nota” diviene il luogo dell’ospitalità poetica del linguaggio, della parola, della frase. Prendere la parola allora diventa come una lieve notazione per cercare, nel nostro esserci, l’insieme vivente.

Il tema dei giovani, del loro disagio, del loro avvenire è enorme. Ormai è un tema esplosivo. Se la trasmissione tra le generazioni si interrompe, se l’eredità si disperde, se i processi di filiazione simbolica si sfilacciano, la civiltà rischia di estinguersi e di spegnersi.

Ci può essere un modo di porre la questione dei giovani pensando a come funzionano oggi i diritti, tra l’enfasi mediatica, la demagogia e la logica della promessa. Di fatto quelli che oggi sono enfatizzati come diritti (civili, umani, sessuali, sociali, ecc.) sembrano escludere le conseguenze per le prossime generazioni. Come se si trattasse cinicamente di accaparrarsi tutti i vantaggi oggi senza occuparsi di chi verrà dopo, di esigere i “nostri diritti” senza considerare ciò che resterà ai giovani, ai loro diritti. L’arretratezza istituzionale lo testimonia abbondantemente. Del resto l’era della tecnologia e della biopolitica, con il volto dell’innocenza, avanza a colpi di concessioni e di offerte, nascondendo gli effetti sulla collettività, sulla struttura simbolica che governa le relazioni e i legami sociali. Le strutture simboliche su cui si fonda la civiltà si trovano sospinte verso un mutamento antropologico che appare inimmaginabile.

E i giovani? Saranno coloro che usufruiranno di questi nuovi diritti, almeno così si suppone. In realtà l’offerta dei diritti, una sorta di esca immaginaria con cui rubare consenso, sta diventando un supermercato in cui vince chi tiene i prezzi più bassi. Vince chi è in grado di proporre l’offerta oggi più conveniente. Non importa chi effettivamente pagherà. Il mercato dei diritti impone le sue leggi dettate dall’obbligo al consumo. La cronaca, direttamente o indirettamente, ce lo ricorda quasi ogni giorno: il “divorzio breve”, la “fecondazione eterologa”, l’omogenitorialità, il “diritto ad avere un figlio”, il matrimonio gay, il diritto all’adozione. I diritti dell’individuo vengono sempre più ad anteporsi a quelli della collettività. Così pochi si accorgono delle implicazioni relative allo smantellamento in atto dell’istituto della famiglia, originario luogo della formazione, della memoria, della socialità, della storia. La soggettività nasce e prolifera lì, tra la differenza dei sessi, dei pensieri, delle età, delle lingue. Nell’incrocio tra ascendenza e discendenza. La famiglia fonda il presupposto che resiste alla generale omologazione sociale degli individui.

Bisognerebbe qui fare un passo indietro e affermare a chiare lettere che il disagio giovanile, la situazione d’emergenza in cui oggi si trovano i giovani, altro non è che lo specchio dell’estremo disagio della nostra civiltà. Non tanto nel senso che i giovani si rispecchiano nel mondo degli adulti. Ma che i giovani attuano, come dinanzi a uno specchio deformante, una sorta di caricatura o di parodia dei punti scabrosi e sintomatici della società: il cinismo degli adulti diventa bullismo, il disfattismo si trasforma in vandalismo, l’inebriamento diventa sordo ottundimento. L’onnipotenza tecnologica diventa legittimo esercizio del capriccio. Gli scenari biotecnologici diventano l’alibi che confortano ogni possibile esperienza che si situa sulla soglia dell’umano.  Gli psicanalisti direbbero che i giovani captano le pulsioni di morte che attraversano la società e le restituiscono al mittente attraverso agiti di distruzione e di autodistruzione. Gratuitamente: ossia senza percezione di alcun debito simbolico. In effetti è la logica dell’offerta a occultare che si tratta comunque di uno scambio, facendo credere che ciò che è regalato ti esime da ogni forma di debito.

E se fosse davvero, questa, una società che non ha alcun progetto per i propri figli? Una società che fatica a trovare un posto simbolico ai figli? Se così fosse questi sarebbero gettati in una posizione sacrificale. Sarebbe abbandono. Non si tratterebbe nemmeno dell’assenza di un rito di passaggio, ma dell’abolizione stessa del concetto di passaggio, ossia di un segmento simbolico imprescindibile alla rigenerazione del corpo sociale. Affiora un inquietante disfacimento della dimensione antropologica.
Parlare del disagio dei giovani significa tracciare il posizionamento sociale e culturale del significante figlio: se il figlio è negato, abbandonato, rinnegato, è la società stessa che svanisce, perché ad essere negato è l’idea stessa di futuro, di discendenza, di filiazione, di progettualità del vivibile. Negare il figlio significa negare l’Altro. Significa aver negato il padre, averlo abolirlo. Significa anche, come alcune avvisaglie biotecnologiche incominciano a proporre, ritenere che la filiazione si strutturi puramente per via biologica o come costruzione bioculturale ritenuta montabile o smontabile al pari di un artefatto (clonazione). Non sono affatto filantropici gli enormi capitali che alcuni paesi investono nella ricerca rivolta alle bio e alle neuro tecnologie, alla bioingegneria, agli studi sul genoma, all’human enhancement  (potenziamento umano). Sullo sfondo si muove, pronto a ghermire, un fantasma di immortalità travestito con gli abiti sfarzosi del progresso. Il figlicidio è l’altra faccia del parricidio; il figlicidio è l’esito di una negazione sistematica del padre. Se non c’è l’Uno (il figlio) non c’è nemmeno l’Altro (il padre). Se non c’è l’Altro non può costituirsi alcun Uno.
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Nella notte tra il 23 e 24 luglio del 1895, dunque 120 anni fa, Sigmund Freud dichiara all’amico Wilhelm Fliess di essere riuscito a interpretare compiutamente il celebre sogno dell’inizione a Irma.
In tale occasione WIKIRADIO, di RADIO TRE, ospita nella puntata del 24 luglio 2014 l’intervento di Giancarlo Ricci.

Ricci racconta come Freud giunge alla sua teoria del sogno, entra in merito al funzionamento del lavoro onirico, ne esplora le letture e le interpretazioni tra cui quella di Jacques Lacan. Si interroga infine sul destino della psicanalisi nella nostra epoca, sulla posizione del sogno nella contemporaneità, sulla connessione tra lavoro onirico e l’istanza dell’etica. 

Per sentire la registrazione della trasmissione in podcast vai a :
WWW.GIANCARLORICCI.NET

Il libro dal titolo Il divano di Freud (Il Saggiatore, Milano, 2014) di Lucilla Albano, docente presso l’Università Roma 3 e studiosa del rapporto cinema e psicoanalisi, riporta diverse interessanti considerazioni sulla teoria psicanalitica, sulla vita professionale di Freud, sull’esperienza analitica, sulla terapia e sull’inconscio. Troviamo personaggi noti in ambiti culturali o storicamente significativi per l’apporto dato in qualche modo all’affermazione della pratica freudiana, come “L’uomo dei lupi” (1887-1970), il musicista Gustav Mahler (1860-1911), Wilhem Stekel (1868-1940), Raymond De Saussure (1894-1971), James Strachey (1887-1967) e molti altri.

Il periodo considerato va dall’inizio secolo  al 1935, circa dell’Interpretazione dei sogni ad Analisi terminata e interminabile. Un arco di tempo, che attraverso queste testimonianze vede prendere forma, per il lettore, uno schema  originale dell’evoluzione della teoria psicanalitica. Spesso sono i pazienti che, quasi in una prospettiva rovesciata, raccontano il loro Freud. Il libro costituisce una sorta di elegante schizzo storico in cui si notano il crescere sempre più problematico dei concetti di terapia e di scienza. Questi  approdano, nel percorso freudiano, ad ambiti di elaborazione che man mano prendono le distanze da una dimensione medica. Un esempio lo troviamo  nei concetti di inconscio o di sintomo, che risuonano fin dai primi passi della psicanalisi in modo molto differente da come la psichiatria classica li aveva  classificati.Tali concetti, pur nella loro complessità, costituiscono i cardini di una teoria che troverà via via maggiori conferme. La loro rilevanza si affermerà, paradossalmente, proprio mentre andrà consolidandosi nelle istituzioni culturali, universitarie e sociali la riduzione della psicanalisi in una limitata funzione psicoterapeutico-medica. Il libro è senza dubbio originale anche nelle sue modalità espositive. Il testo ha una piacevole scorrevolezza, quasi da romanzo breve. Denota una straordinaria e rara competenza dell’autrice nel campo teorico e storico della psicanalisi.

“Abbiamo l’abitudine di vivere ancor prima di acquisire il modo di pensare”: la citazione di Albert Camus posta all’inizio di questo libro ben indirizza il lettore alle profonde e puntuali riflessioni dell’autore. Stiamo parlando dell’ultimo libro di Roland Gori, psicanalista e docente di Psicopatologia Clinica all’Université d’Aix-Marseille: “Faut-il renoncer a la libertè pour être heureux?” (LLL, Editions, 2014). Ovvero: E’ necessario rinunciare alla libertà per essere felici?  Gori segue un suo percorso di riflessione già avviato con il precedente libro “La fabbrica degli impostori”, saggio che ha avuto un grande successo in Francia. In quest’ultimo lavoro la sua ricerca riguarda la grande promessa di benessere imposta ai popoli e agli individui. Simile promessa ha prodotto il grande effetto collaterale di rafforzare gli estremismi e le false ideologie. Un oppio dei popoli, insomma, che priva la libertà di ciascuno in nome del quieto vivere. Sì, rinunciare alla libertà per essere felici. Principio che mostra immediatamente i limiti di parole grandiose come “libertà” e “felicità”.

 Il libro tocca temi concernenti la “libertà e la tecnica”, la sofisticata ideologia proposta dal DSM nel “tempo dei numeri” e delle statistiche, la sostanza “tecnica” dei nuovi sintomi. E ancora: la nozione sociale di handicap come strategia sociale, le vicissitudini del desiderio di libertà, la sottomissione sociale consentita. I trucchi e le trappole per mortificare la soggettività sono infiniti. Ma è tempo di precisare qualcosa rispetto al DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) giunto oggi alla sua quinta revisione. Si tratta di un criterio psichiatrico statunitense che subdolamente propone un programma biopolitico allargato alle masse. Gestire, controllare, e soprattutto produrre profitto sono le finalità che informano il nuovo DSM. Dietro a questo, in primis, le multinazionali del farmaco e allo stesso tempo quelle dei “grandi consumi”. Di alienazione sociale si tratta, di rapporti umani ambivalenti, di un sistema sempre più tecnologico. Lo scopo? Istituire una nuova dipendenza con la razionalità degli strumenti e con le relative procedure rivolte a “contrastare” l’insicurezza e il “rischio” di vivere.

La psichiatria sociale, da trent’anni almeno, costituisce un esempio di crisi dei valori (con i suoi metodi coercitivi). Siamo al declino delle responsabilità “cliniche” e politiche, conseguenza di un degradante processo culturale a favore dell’illusione di libertà. Essa dovrebbe scongiurare il rischio delle così dette dipendenze ma in effetti le produce, le moltiplica, come se si trattasse di una nuova colonizzazione della soggettività. Forse si tratta di una nuova schiavizzazione dell’individuo. Si può affermare che, sia nella politica sia in psicanalisi, il soggetto non esiste senza la parola, l’arte, la musica e così via. Questo è un concetto fondamentale che emerge a chiare lettere nel libro di Gori. Lo psicanalista francese ritrova i termini che permettono di contrastare quelle false valutazioni statistiche che pretendono di ingabbiare ogni possibile libertà di pensiero. La felicità dei consumi risulta effimera, inefficace alla pseudo-civiltà del terzo millennio, ostaggio delle mendacità, di oggetti effimeri creati nella stupida logica dell’usa e getta. Ancora una volta gli Stati Uniti si distinguono in un altro primato: quello dell’inciviltà nel suo peggior statuto. “Le nuove tecnologie – afferma Gori – creano e legittimano un sistema politico e culturale che minaccia la democrazia favorendo l’imperialismo dei mercati”.

      Spinoza voleva fare di sé un uomo libero.
Non sappiamo se ci sia riuscito.
Ma oggi siamo di fronte a un bivio: la fascinazione per la condizione postumana
come aspetto cruciale della nostra storicità e la preoccupazioni per le sue aberrazioni
e per i suoi abusi di potere.
La tesi avanzata dal libro di Rosi Braidotti è che questo approccio binario, basato sull’opposizione tra il dato e il costruito, possa essere progressivamente sostituito dalla teoria (non dualistica) dell’interazione tra natura e cultura.

ll postumano, ecco il titolo del libro. Ma anche il sottotitolo non scherza: La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte (DeriveApprodi, Roma 2014). Braidotti, docente di Studi di genere presso l’Università di Utrecht, allieva di Michel Foucault e Gilles Deleuze, espone la sua nuova intuizione filosofica a proposito dell’esperienza umana. Tale intuizione potrebbe aprirsi con una domanda paradossale: siamo sempre stati “umani”? La nostra “seconda vita”, nota Braidotti, è situata oggi negli universi digitali, nel cibo geneticamente modificato, nelle protesi di nuova generazione. Le tecnologie riproduttive costituiscono ormai gli aspetti familiari di una condizione postumana. Tutto questo ha cancellato le frontiere tra ciò che è umano e ciò che non lo è, rivelando le fondamenta non naturalistiche dell’umanità contemporanea.

Simile approccio si lega alla filosofia di tradizione monistica – potremmo dire sulla scia del pensiero spinoziano riletto da Gilles Deleuze – che rifiuta i dualismi, specialmente l’opposizione natura-cultura concentrandosi piuttosto sulla forza autopoietica della materia vivente. Si evince che la teoria sociale necessita di fare il punto sulla trasformazione dei concetti, dei metodi e delle pratiche politiche. Deleuze, in Spinoza filosofia pratica (1981), scrive che “la filosofia di Spinoza è uno dei tentativi più radicali per costruire un’ontologia pura: una sola sostanza per tutti gli attributi, infiniti modi di essere per ciascun attributo”. La sostanza spinoziana è come un piano di immanenza in cui si trovano anime, corpi, individualità, senza alcuna dimensione teorica trascendente. Tornando al testo di Braidotti ci chiediamo: che cosa vuol dire diventare postumani? Gli umani stanno esperendo la postumanità attraverso un processo di ridefinizione del senso di connessione dell’uomo con il mondo. L’uomo, mai come oggi, risulta al contempo uomo sociale, psichico, ecologico ed infine planetario. Il divenire postumani esprime molteplici ecologie dell’appartenenza. Mentre egli innesca la trasformazione delle coordinate sensoriali e percettive, riconosce la natura collettiva e l’apertura verso l’esterno di ciò che ancora concerne il soggetto. Tale soggetto è un assemblaggio mobile in uno spazio di vita condiviso che egli non controlla né possiede, ma che semplicemente occupa, attraversa, sempre in comunità, in gruppo, in rete. Secondo la teoria postumana il soggetto è un’entità trasversale, pienamente immersa in e immanente a una rete di relazioni non umane (animali, vegetali, virali).

Il soggetto incarnato, zoe-centrato, è preso in collegamenti relazionali di tipo virale che lo connettono a una vasta gamma di altri, partendo dagli eco-altri fino ad includere l’apparato tecnologico. Questa ontologia processuale centrata sulla vita conduce il soggetto postumano a confrontarsi lucidamente con i suoi limiti, senza cedere al panico o alla malinconia. L’ideale etico è quello di attualizzare gli strumenti cognitivi, affettivi e sensoriali per coltivare un maggior grado di responsabilizzazione e di affermazione delle interconnessioni di ciascuno nella sua molteplicità. La selezione delle forze affermative che catalizzano il processo del divenire postumano è regolata da un‘etica della gioia e della positività che opera tramite la trasformazione delle opere negative in passioni positive. Il pensiero postumano nomade anela ad un salto di qualità fuori dal familiare, confida nelle possibilità, ancora inesplorate, aperte dalla nostra posizione storica nel mondo tecnologicamente mediato di oggi. E’ un modo per situarsi, scrive Braidotti, all’altezza dei nostri tempi, per accrescere la libertà e la nostra comprensione delle complessità di vivere, in un mondo non più antropocentrico né antropomorfo, bensì geopolitico, eco-filosofico e “fieramente zoe-centrato”.

In questo libro è in gioco una ricerca nell’ambito delle scienze umane che coglie i cambiamenti nei quali siamo coinvolti e irrimediabilmente “senza appello”. E’ auspicabile che si colga nel soggetto postumano anche quell’angoscia che caratterizza il postumano nella sua soggettività e che ci permette ancora di pensare che il sapere della psicoanalisi è quello rivelato dall’incoscio al soggetto, in quel passaggio definito dall’Io all’Es. La concezione del soggetto nomade proposta da Braidotti (cfr. pag. 197 e seguenti) come un buon punto di partenza si collega ad altri due concetti: il desiderio inteso come pienezza e l’etica postumana. In particolare il concetto di desiderio posto come pienezza e non come mancanza apre a noi psicanalisti l’opportunità di tornare a riflettere su un tema così complesso.

Il libro La coda della cometa. Donne di Milano, storie degli anni Sessanta e Settanta (Alieno Editrice, 2013 Perugia), è costituito da brevi racconti a più voci, tutti femminili. Raccogliere racconti e testimonianze di vita è stata un’idea di Luisa Fressoia, curatrice del volume, che da anni lavora nel campo della scrittura autobiografica. Il suo contributo introduttivo, “L’eredità ricevuta. Essere in ricerca (per poter rinascere)” pone l’accento sul tema della bellezza: “La bellezza di cui parlo proviene dai racconti di dieci donne che costituiscono la raccolta e di cui si avrà modo, nel corso della lettura, di cogliere gli aspetti di profonda diversità e pertanto la ricchezza che la caratterizzano”.

Nel dicembre del 2013 si è tenuta presso la Casa della Cultura di Milano la presentazione del libro (con letture) cui, oltre a Cristina Tajani, Ferruccio Capelli, Michele Marzulli, Francesca Silvestri, ha partecipato Silvia Vegetti Finzi. Della relazione di Vegetti Finzi, pubblichiamo alcuni passi (non rivisti dall’autrice).

“E’ un libro straordinario che ho letto con grande piacere, costituisce davvero un’esperienza unica che ci accompagnerà per tutta la vita perché le persone che si incontrano lungo la strada sono davvero indimenticabili. (…) Devo dire che leggendo questo libro mi è venuto in mente il grande quadro di Milano  “Il Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo. Voi donne venite avanti tutte insieme con l’orgoglio e la forza di chi sta entrando nella Storia, di chi ha qualcosa da dire, di forte, qualcosa che potrà trasformare il mondo. Dopo di che nulla sarà più come prima (…).
Ognuna di queste scrittrici ha una forte personalità, nessuna è banale, ciascuna ci porta a conoscenza della sua storia privata, della sua versione dei fatti politici. La raccolta costituisce un medaglione, in un certo senso concluso, ma tutte insieme costituiscono – mi esprimo con un ossimoro – un coro con una voce sola. E’ talmente unitaria la musica che si viene ad impostare che si ha questo paradosso: ognuna canta con la sua voce e alla fine abbiamo davvero un coro omogeneo e collettivo. Dico collettivo perché si assiste in quegli anni, nel microcosmo del libro e nella grande Storia degli anni ’60 e ’70 al costituirsi delle donne come soggetto collettivo, qualcosa che non ha precedenti. Le donne sono state relegate fino agli anni ’60 soprattutto al privato, soprattutto all’ambito della famiglia. Le loro professioni erano lavori di cura, spesso lavori subalterni. Qui invece ogni donna compie un cammino molto forte, incisivo, si emancipa e produce una soggettività, non avanza nell’isolamento. Avanza da sola e con le altre. 

C’è un’unità di luogo, in questo caso Milano. Gli eventi che vi accadono, i tempi di cui si parla sono gli stessi per tutti noi. Però ognuna di loro la racconta da un punto di vista unico, originale, irripetibile. E’ uno sfaccettarsi delle storie, come se fosse un diamante che ha una luce centrale ma che viene riflessa in modo sempre diverso. Raccontando si dissolve il nucleo costante dell’Io ed entrano in scena altri personaggi come accade qui in tutte le storie. Si aprono ventagli. Cominciano con l’Io e poi entrano, irrompono sulla scena altri personaggi. Eugenia comincia con l’Io, poi entrano subito le compagne di avventura, di vacanza. E’ veramente una dissoluzione del nucleo dell’Io in uno spettro di identità tutte congiunte, ma tutte in un certo senso indipendenti: madri, sorelle, compagni di vita, i figli che nascono e crescono; i figli invece che non sono nati ma che sono comunque ricordati, fanno parte a pari titolo degli altri dell’autobiografia (…).
In questi racconti ci sono esitazioni, inciampi, silenzi, certe reticenze che assumono una dignità letteraria. In certi punti si assiste veramente a un’ottima letteratura (…). La vita ha una sua autonomia e indipendenza. Potremmo chiamarla destino. Ma qui si vede molto bene il gioco della soggettività, che ha margini ristretti di libertà, che non sono assoluti. Non abbiamo la possibilità di scegliere tutto nella nostra vita. Tuttavia nella misura in cui ce ne prendiamo cura e con responsabilità, usiamo i margini di libertà su cui possiamo operare delle mutazioni del destino. In queste storie abbiamo destini sottoposti a importanti mutazioni. E potrebbero essere molto istruttive per i giovani di oggi, che sono spesso convinti di non poter scegliere più niente. Queste sono storie di vita piene di libertà, di responsabilità, di forza, di energia, di capacità di cambiare le cose. Si credeva allora che si potesse cambiare il mondo. Tuttavia, se non altro, abbiamo cambiato noi stesse.
Sono donne che sono profondamente cambiate dalla prima generazione. Più divento vecchio - mi sembra abbia detto Mark Twain -  più ricordo cose che non sono mai avvenute. Può sembrare un paradosso o risultare offensivo per chi sta scrivendo un’autobiografia. Si tratta invece di quelle cose che gli uomini non hanno mai scritto nella Storia ufficiale fatta di battaglie, trattati, scontri, dispute. Le storie che si raccontano qui, attingono alla vita privata, alle emozioni, alle passioni, agli affetti, agli scontri. Sono storie fatte di amicizie e inimicizie, di capacità di ricominciare straordinarie, e di riprendere quindi la narrazione della vita. (…) Sono storie importanti che vengono scritte perché mettono ordine nel caos delle emozioni e dei ricordi che sono frammentari, che avvengono per flash, che si ripetono molte volte nel tentativo di operare delle compensazioni. Non siamo obiettivi nel nostro ricordare. E questo è importante perché dà senso alla nostra vita (…). Leggi il seguito

In occasione della presentazione del libro “L’atto la storia”
di G. Ricci, con Roberto Mussapi e Silvano Petrosino,
(7 nov. ore 18, Galleria San Fedele, via Hoepli 3, Milano)
pubblichiamo il paragrafo “Teorema della povertà”. 

    Esiste una particolare povertà che contiene l’istanza della semplicità e la figura dell’essenzialità, che esprime la capacità di sentire e pensare le cose nella loro essenza. Questa particolare povertà riguarda l’istanza della sobrietà il cui etimo rinvia a “non ebbro”, ovvero alla non necessità di ricorrere a qualcosa che riattivi o ecciti la nostra pallida soggettività.

La soggettività, se è davvero tale, è già straordinariamente ricca e non ha alcun bisogno di ulteriori sollecitazioni artificiali. Di sicuro ciò che fa da contraltare alla povertà, è la dimensione dell’avere, vero altare dell’idolatria. Su questo altare l’umano celebra i suoi riti più nefasti e cannibalici, le sue commedie più ciniche, le sue tragedie più feroci. Avere o non avere. Qui si aprirebbe il catalogo di varie struggenti coniugazioni: strappare, possedere, trattenere, accumulare, aumentare e via all’infinito con tutti i suoi contrari che si potrebbero enumerare.  Ma di che cosa si tratta se non dell’oggetto?

Ricordiamo appena che la psicanalisi ha individuato intorno al tema dell’avere e del non avere, il nucleo di qualcosa di strutturale all’essere umano. La tematica dell’avere, in termini psichici, rinvia al tema della castrazione simbolica, ossia di quella legge che regola l’accesso all’oggetto (anche sessuale) e la possibilità di usarlo e goderne, di quella legge che istituisce un limite, una proibizione. Senza limite l’umano non ha scampo. Lo sappiamo fin dal Genesi: “potrai godere di tutti i frutti tranne quelli dell’albero”.

L’inciampo dell’umano è di credere che quel frutto proibito sarà migliore di quello che è facilmente a portata di mano. E su questa credenza egli riterrà che un Padre gli ha impedito di assaggiare quel frutto proibito. Ecco che cosa costituisce per la psicanalisi il nodo della castrazione: il come ciascun soggetto fa i conti con i limiti imposti dalla legge simbolica. Sul filo della propria immagine narcisistica o sul filo della rivendicazione, l’avere e il non avere rischiano di ingarbugliarsi, di diventare una matassa inestricabile.

Potremmo forse osare una definizione di povertà: il tenere ben distinti questi due fili del narcisismo e della rivendicazione, non confonderli o assimilarli con l’essere o il non essere, non abbandonarsi alla credenza che l’accumulo dell’avere dimostri l’essere. In definitiva il poter fare a meno dell’avere in quanto strutturalmente illusorio. A tal proposito la psicanalisi, quella che non accondiscende all’opulenta società del benessere, tira il suo colpo basso. L’aforisma è di Lacan: “L’oggetto è un fallito. L’essenza dell’oggetto è il fallimento”. Ossia non c’è oggetto che possa colmare la mancanza costitutiva del desiderio, che saturi definitivamente il desiderio. L’individuo passa allora a un altro oggetto e a un altro ancora. La serie può proseguire all’infinito: la mancanza resta, il desiderio risulta inconsumabile. Rimane la vertigine dello specchio in cui non riconosciamo il nostro sguardo. Leggi il seguito

(Da L’Avvenire, 19.10.13). Le dimissioni di Papa Benedetto, l’elezione del nuovo pontefice, Francesco, oltre alla straordinaria importanza intrinseca rappresentano un segno potente di scossa e potenziale rigenerazione nel mondo non solo cristiano. Un libro sviluppa questo tema con grande originalità e profondità, “L’atto la storia. Benedetto XVI, Papa Francesco e la fine del Novecento” di Giancarlo Ricci (Edizioni San Paolo, pp. 94, euro 9). Ricci è uno psicanalista “laico”, cioè non dogmatico, il suo metodo di indagine sul mondo è inscindibile dalla prospettiva filosofica, antropologica; il mondo della religione, del mito, della poesia sono presenze forti, generanti, non accidentali nel suo percorso. Ha pubblicato anni fa un libro interessante in senso anche letterario, “Le città di Freud” (Jaca Book), poi saggi di interesse più strettamente psicanalitico. Ora scrive una delle più libere e acute riflessioni che io abbia letto di recente sul senso del sacro, della vita e della loro necessaria resistenza nel nostro mondo occidentale cristiano. Occidentale e cristiano a parole, anticipando l’esito del saggio, essendo stati erosi i valori etici fondanti dell’Occidente e del Cristianesimo. Da sempre sostengo la dannosità della lettura rigidamente psicanalitica del mondo, delle letteratura e dell’arte, ma la mia critica riguarda il fondamentalismo, il dogmatismo di tanta, troppa cultura psicanalitica, imperversante per decenni. Quando gli strumenti psicanalitici interagiscono con altri, come ad esempio in Starobinski, allora è tutta un’altra storia. Come in questo caso, dove il titolo non mente: si parla di un atto che segna e modifica la storia, le dimissioni di papa Benedetto XVI. E il sottotitolo sintetizza un’epopea in due nomi e un concetto: il nome del papa che si ritira, quello del nuovo pontefice che giunge “dalla fine del mondo”, e la conseguente fine del Novecento, secolo del dominio relativistico, della desacralizzazione, di conseguenza dell’angoscia. Libro denso e fascinoso, ricco e quindi difficile da sintetizzare. Proviamo a riassumerlo, al volo, rapiti dalla felicità delle immagini, dalla lucidità adamantina dello stile, dalla mercurialità wildiana delle intuizioni. Soprattutto dall’eticità da cui nasce questa difesa dell’Homo religiosus, qui e ora. Le dimissioni: Ricci vive come un’offesa l’attribuzione di queste a pure ragioni personali, stanchezza e salute, pur riconoscendo che possono concorrere. Ma la loro essenza è quella di un atto capitale, coraggioso, esemplare: la rinuncia al potere, l’umiliazione del proprio io di fronte alla comunità dei viventi. Dimettendosi Benedetto si umilia, si manifesta servitore eroico della fede. In un mondo che razionalisticamente irride ogni manifestazione del sacro e si genuflette al profitto, il Papa mette in opera la potenza dell’Atto.  Svuota il vuoto, crea una rottura, uno spazio: Francesco, presentandosi, afferma di venire da lontano, “dalla fine del mondo”. Ma da una terra oltreoceano, sottolinea Ricci, terra di esilio, battuta da venti, estrema. Sì, viene dalla fine del mondo e nella benedizione inizia a parlare nella sua lingua argentina, il gesto più naturale, viscerale, intimo: sa che questa benedizione non è spiegabile, sarebbe comunque incomprensibile al vaglio del razionalista. Il mondo, scrive Ricci, non sarà più lo stesso: con metafore da narratore di razza: il “Crollo” (Babele, il muro di Berlino, le Twin Towers) il “Collaudatore” (che valuta la struttura e la tenuta dell’edificio, non gli ornamenti, e se necessario lo fa evacuare), il “Farsi zolla”, il “Non scendere dalla croce”: una vena lucidamente visionaria anima questo breve e compiuto libro scritto da un laico in difesa del sacro e dell’anima, e in onore di due grandi figure della cristianità.

Segnaliamo l’uscita del libro di Giancarlo Ricci
L’atto la storia.
Benedetto XVI, papa Francesco e la fine del Novecento (Ed. San Paolo). E’ una lettura in chiave analitica degli attuali disagi della civiltà, delle impasse del potere, della difficoltà di progettare un futuro vivibile. La psicanalisi è interrogata radicalmente ed è chiamata a prendere la parola.
Pubblichiamo brani dal paragrafo
Ritorno a Babele.

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La psicanalisi nasce da una falla irreparabile, l’inconscio, che abita l’umano. Falla da cui non c’è rimedio. Per dirla meglio: i danni peggiori si effettuano credendo che possa esserci rimedio, che si possa guarire da questa falla. Otturarla, dimenticarla, anestetizzarla, aggirarla, sconfessarla. Le cosiddette “nuove patologie” del nostro tempo costituiscono prevalentemente le coniugazioni delle varianti cliniche, soggettive, di questi tentativi. L’inconscio opera secondo intelligenza e giustizia psichica.

     Il predominio dell’informazione e della comunicazione viene esercitato a ciclo continuo gettando cemento su questa mancanza, ritenendo possibile riedificare una nuova Babele. Non si può aggirare Babele ovvero ritenere che, omologando la comunicazione e l’informazione, l’Altro possa essere addomesticato, captato nella sfera della suggestione, emendato dal malinteso. In definitiva non si può barare in materia di linguaggio e di parola, appiattire le differenze di pensiero, attribuire all’altro i limiti che noi stessi attribuiamo a lui per meglio oggettivarlo e amministrarlo, illudersi di poter “farsi un nome”. Bluffare in materia di parola è come ritenere che l’istanza di verità sia stupida. È talmente stupida che quando un suo frammento fa ritorno ci travolge come una maledizione e ci lascia paralizzati dallo stupore. L’inconscio è un operatore di giustizia psichica, non si sfugge [...].

        La realtà raccontata dai media, sempre preconfezionata, non coincide più con il reale di ciò che accade perché travolge aspettative e auspici. Il reale è sempre altrove rispetto a quello che immaginiamo. È come l’apertura del vaso di Pandora da cui escono le figure più perverse di un immaginario che pretende di padroneggiare la cosa: farsi un potere, usare il potere, scontro tra poteri, conquistare il potere, gradazioni tra poteri forti, meno forti, deboli, inesistenti, apparenti, millantati. Questa non è più la “cosa pubblica” ma la caricatura della sua degradazione. L’Occidente pare ossessionato, fino alla distruzione, da questa aspirazione a godere del potere. 

       La “cosa pubblica” ormai non è più il luogo di una progettualità ma il mercato della spartizione, della connivenza, dello smercio di superstizioni traballanti, di scambi di omertà e alibi. Eppure la collettività, la cosa pubblica, il sociale, la comunità, il gruppo, dovrebbero rappresentare il punto più alto della civiltà, il suo nucleo più laicamente ed eticamente sacro.  Leggi il seguito

“Elogio del toccare” è il titolo che Melangolo, casa editrice genovese, ha voluto dare allo scritto di Luce Irigaray. Titolo abbastanza diverso da quello originale: “Perhaps cultivating touch can still save us?”. Sarebbe: “Coltivando il tatto forse ci possiamo salvare?” Questa è una prima traduzione.
Una seconda traduzione potrebbe suonare così: Imparando a percepire il valore di questo senso, poco studiato dalla psicanalisi, forse l’uomo può reperire di sé
una parte preziosa.

Irigaray individua quale possa essere stato, nella nostra cultura, il motivo che ha portato a sminuire il tatto a favore di altri sensi ai quali invece è stato dato ben altro rilievo. Fin dalle prime pagine l’autrice introduce il concetto di “energia vitale” sottolineando come questa non sia stata considerata come un’“energia naturale” rivolta a una crescita e a una convivenza con l’altro. Per questo noi viviamo con una metà naturale e “istintiva” e un’altra artificiale e “formale”. Questa biforcazione ha fatto sì che non si studiasse adeguatamente il vero punto critico umano
che riguarda il “nostro primo rapporto con la madre”.
Le implicazioni sono vaste e coinvolgono sia il livello individuale sia quello sociale.

La cultura occidentale ha trascurato il toccare favorendo una passione teoretica, scrive Irigaray nel suo ultimo capitolo. “Da Socrate in poi il tipo di unione verso cui spinge Eros si fa impossibile a causa dell’intervento del giudizio di una ragione inquisitoria. Da lì in avanti saremo divisi in noi stessi”. Interessante la rivisitazione dell’autrice delle figure di Dioniso e Apollo. Dioniso è fedele alla propria energia naturale ma è senza un sapere: “non ha pelle, non ha limite”. Apollo, bellezza e identità, è “solo pelle”. Irigaray in definitiva auspica l’affermarsi di una nuova sensibilità verso il corpo. La domanda, lasciata al lettore, potrebbe essere: come condividere e coltivare il tatto in modo soggettivo?
Di sicuro questo scritto ci sollecita a elaborare, nella clinica, il rapporto primario del bambino con la madre ed anche a ricostruire il valore psichico
dell’organo più esteso che abbiamo: la pelle.

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Ospitiamo un intervento dello psicoanalista FRANCESCO GIGLIO autore del libro IL DISAGIO DELLA GIOVINEZZA. PSICOANALISI DELL’ADOLESCENZA (Bruno Mondadori, Milano 2013).

La nascita dell’uomo, in una prospettiva psicoanalitica, non è un fenomeno univoco. In effetti, tale vicenda, inaugurale dell’esistenza è raddoppiata già da Rousseau che discerne due nascite: la prima per la specie, la seconda per il sesso, il parto è così distinto dalla pubertà. L’adolescenza abita tale pluralità, come Francoise Dolto rileva, non si tratta di una crisi ma di una vera e propria morte del bambino, che non tornerà mai più, abbinata alla nascita dell’adulto che verrà.



L’adolescenza, cronologicamente, è l’ultima separazione, l’evento conclusivo di una serie. In simile sequenza la prima disgiunzione è biologica, il taglio del cordone ombelicale accomuna i mammiferi di ogni specie e tutti ne portiamo il segno al centro del nostro corpo nella forma di una specifica cicatrice: l’ombelico. Dei successivi tagli separativi portiamo solo tracce psichiche, cicatrici invisibili ma, come dimostra la clinica psicoanalitica, assai ben ascoltabili prestando attenzione alla voce dell’inconscio.


La sequenza della maturazione evolutiva umana è fatta di sei tappe fondamentali: svezzamento, stadio dello specchio, intrusione, Edipo, pubertà e adolescenza. Gli inciampi, possibili a ogni singolo passaggio, mantengono aperta la possibile produzione di ferite separative in grado di generare diverse psicopatologie.

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Con la pubblicazione del saggio “Can One Lead a Good  Life in a Bad?, Judit Butler vince il Premio Adorno 2012. L’assegnazione del riconoscimento fu preceduta da polemiche e da violenti attacchi anche da parte di un gruppo di ebrei. Questo il motivo per cui, al primo saggio, l’autrice fa seguire un breve testo il cui titolo contiene già la sua risposta alle critiche: “I Affirm a Judaism That Is Not Associated with State Violence”. Oggi i due testi, A chi spetta una buona vita? (Sostengo un ebraismo non associato alla violenza di Stato), vengono pubblicati da Nottetempo (Roma 2013).

Judit Butler in questo suo contributo elabora la domanda: “è possibile vivere una vita buona in una vita falsa o cattiva?”. E si lancia a denunciare il modo con cui le forme del potere contemporaneo organizzano le vite umane, assegnando loro un valore variabile tale da rendere le disuguaglianze, proprio attraverso varie istituzionalizzazioni, sempre più evidenti. Sulla base della tensione affettiva tra i due concetti di vitale e morale, Butler sviluppa la sua ipotesi sul rapporto tra il pensiero di biopolitica teorizzato da Foucault (un insieme di operazioni, tecniche, logiche di governo e di regolazione politica delle vite) e l’interrogativo di Adorno in Minima Moralia quando afferma che “non si dà vita vera nella falsa vita” (Es gibt kein richtiges Leben im falschen). Più precisamente secondo Adorno, “la condotta etica o morale è sempre un fenomeno sociale. E’ completamente inutile parlarne a prescindere dalle relazioni tra esseri umani”.

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Sesso, erotismo e amore sono collegati e tuttavia separati. Questo il punto di partenza lungo cui si svolgono le incalzanti notazioni di Zygmunt Bauman esposte in un libretto agile e nitido: Gli usi posmoderni del sesso (Il Mulino). Sesso erotismo e amore, come del resto insegna la psicanalisi, non possono esistere l’uno senza l’altro, eppure “la loro esistenza si consuma in una guerra perenne per l’indipendenza”. Trattandosi di guerra sappiamo che la parola “gli usi” (del sesso) può  facilmente trasformarsi in “abusi”, in qualcosa cioè in cui il sesso e la sessualità sono chiamati a partecipare all’immaginario perversamente consumistico sostenuto dal regime neoliberista.



      La nostra epoca, che talvolta si compiace di aver staccato il sesso dall’amore o l’erotismo dalla funzione riproduttiva, sembra celebrare il trionfo di un “godimento smarrito”, come diceva Jacques Lacan. O come oggi afferma Massimo Recalcati, quando ribadisce il rischio di “una libertà ridotta a pura volontà di godimento” (Cfr. Il complesso di Telemaco, Feltrinelli). Libro denso di notazioni mai quanto oggi sul filo dell’attualità. Il noto sociologo si addentra lungo la linea d’ombra di un mutamento antropologico in atto: “La versione tardomoderna o postmoderna dell’erotismo appare senza precedenti, una novità e un vero e proprio salto di qualità. Qui l’erotismo non si allea né con la riproduzione sessuale né con l’amore, reclama la propria indipendenza da entrambi i vicini e rifiuta decisamente ogni responsabilità (…)”. 

Sullo sfondo di questo scenario che Bauman illumina con rigore appaiono, silenziosi ma ugualmente inquietanti, i temi della biopolitica e della biotecnologia come paradigmi sociali di una società che si fonda su un godimento necessario. Appare anche, come un antico fantasma, il tema dell’immortalità, oggi così corteggiato dallo scientismo: la sua ambizione è di voler instaurare un imperativo del godimento, ossia una metodica dissipazione della “moneta vivente” (Klossowski) in cui il corpo declina verso un’inesorabile distruzione. Il paradosso è davvero inquietante: immortali sì, ma a prezzo della vita.
“La decostruzione postmoderna dell’immortalità – la tendenza a svincolare il presente dal passato e dal futuro – è accompagnata dal divorzio dell’erotismo dalla riproduzione sessuale e dall’amore”. Così, prosegue Bauman, “l’erotismo postmoderno è libero di fluttuare e di innescare reazioni chimiche praticamente con ogni altra specie di sostanza, di alimentarsi ed estrarre la propria linfa da qualsiasi altra emozione o attività umana (…). Solo in questa versione emancipata e distaccata l’erotismo è in grado di veleggiare liberamente sotto il vessillo della ricerca del piacere, senza farsi sviare dai propri propositi o scoraggiare se non da considerazioni di ordine estetico (…)”. 

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Il libro Pensare il presente  (Nuova Editrice Berti, Milano  2013) raccoglie interventi di MAURO MAGATTI (sociologo), SILVANO PETROSINO (filosofo), MASSIMO RECALCATI (psicoanalista).
A partire dalle rilevanti questioni sollevate intorno  al tema della libertà, del distruggere e dell’accogliere, della morte del desiderio, proponiamo alcune riflessioni.

Ormai i gadget della tecnologia, così divertenti, ci hanno invaso e stordito. La “potenza” dei mercati invadono con oggetti, con cose che alla lettera (come indica l’etimo) sono proprio objectus, poste e gettate dinanzi a noi quale pasto per il consumo quotidiano. Ci balocchiamo. Le anime belle, che si dilettano passando di gadget in gadget, non si accorgono che l’enfasi tecnologica promette i migliori mutamenti antropologici. I quali, tra pochissimo, saranno a disposizione di tutti, nuova merce tra le merci. Il godimento è assicurato, assegnato a ciascuno come un obbligo. Come una libertà necessariamente da consumare, ovvero come una libertà coatta. Ossimoro, quest’ultimo che pulsa nella lacerata divisione dell’uomo ipermoderno.

Difendiamoci dall’Alterità. Sconfiggiamola. Erigiamo barriere immunitarie. Eppure, proseguendo per questa via, a forza di alzare i parametri immunitari rivolti a disinnescare l’Alterità, la società si è ritrovata affetta da sindrome autoimmune. Qui ogni avversità viene bloccata nel suo nascere in quanto potrebbe diventare letale. In simile condizione il gioco è di tutti contro tutti. In uno stallo il cui prezzo sarà pagato da ognuno, inclusi giovani, giovanissimi e nascituri. Il debito (non solo quello economico) significa prendersi un pezzo di futuro, portarlo qui, nel tempo del presente, e divorarlo. Questa civiltà affonda perché non c’è più avvenire da consumare. E’ già stato divorato.  Leggi il seguito

In questo testo, l’autore, parte da lontano. Soffermandosi sul termine “collera” egli attraversa il sapere psicanalitico, in particolare quello freudiano degli “Studi sull’isteria” o quello che troviamo teorizzato nei suoi vari “Casi clinici”. Sebbene Freud privilegi la parola ira invece che collera, l’autore sembra dare invece più valore alla collera, tracciandone una particolare specificità clinica che lega la pulsionalità alla logica del fantasma. 

“Nessuna relazione sessuale – afferma Pommier – è possibile senza fantasma”. In altri termini: la “molla del montaggio erotico è sempre demoniaca”. Più che presentarsi con le buone maniere raccomandate dalla sessuologia, la “molla” pulsionale irrompe improvvisa, scombina le carte del buon rapporto.           Psichiatra e psicoanalista di formazione lacaniana, Gérard Pommier, sulla base di ampie riflessioni cliniche, situa i differenti modi con cui la collera, con le sue infinite modulazioni della discordia e del litigio, si connette ad altre questioni: per esempio come interviene nel “tratto” paterno che si struttura nell’ambito del complesso edipico, maschile in un modo e femminile in un altro. Oppure si sofferma su come la collera irrompa, quasi come un nodo edipico non ancora risolto, in connessione con il significante “femminile”. Nei diversi casi clinici riportati in questo libro, Del buon uso erotico della collera e di qualche sua conseguenza, edito da Cortina con la prefazione di M. Recalcati, c’è un filo teorico che connette la collera all’erotismo e in particolare, alle attitudini passionali e a quell’eccesso d’ira con cui l’apparizione di intensi “affetti” pregiudicano l’associazione e il decorso delle rappresentazioni. La collera sembra far esplodere o implodere il principio stesso della rappresentazione. La manda in frantumi. Insomma: la collera segna l’irruzione di qualcosa di insopportabile, apre la via a un godimento inimmaginabile, incalcolabile.

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Il nuovo numero della rivista AUT AUT (n. 357, Il Saggiatore, Milano 2013) è dedicato al tema LA DIAGNOSI IN PSICHIATRIA.

Il dossier, curato da MARIO COLUCCI, 
ospita interventi di psichiatri, filosofi, psicoanalisti, antropologi
tra cui, oltre a Colucci: Saraceno, Gallio, Di Vittorio, Dell’Acqua,
 Migone, Frances, Minard, Lingiardi, Gonon, Degano Kieser, Beneduce, Bertani,  
Marone, Sciacchitano, Stoppa, Rovatti

Notevole questo dossier di Aut Aut  dedicato alla diagnosi in psichiatria. Notevole perchè entra in merito al DSM, all’uscita imminente della versione DSM V, a più di 60 anni dalla sua prima edizione. Quello di cui forse non ci rendiamo conto è che se una rivista di filosofia (ma anche testate di cultura e di costume) dedica un’intero numero al Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali, significa che ormai la nostra società è ampiamente psichiatrizzata. Significa che il parametro biopolitico che amministra le istituzioni, i saperi, i media, la gestione della “cosa pubblica”, è già operante e  funzionante. Significa che la nostra “opaca normalità”, come la chiama Rovatti nel suo contributo, funziona ormai come “gestione bassa e disseminata che seguita ad agire con ottuso automatismo”. Come mette ben in risalto Rovatti, “la questione della diagnosi in psichiatria è un formidabile detonatore”. Le novità che emergono dal DSM V vanno di fatto nella direzione di “una progressiva patologizzazione degli individui nell’attuale società neoliberale”. La sensazione, come ribadisce Colucci, di “un’emergenza non rimandabile” è ampiamente giustificata. 

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Venerdì 22 marzo 2013 presso la sede di IRPA
via Giovanni da Procida 35/A – 20149 Milano
INFO: tel. 346.4913642 – email info@istitutoirpa.it

  “Discutere la psicoanalisi” Ciclo di presentazione di libri:

A U T   A U T –  Rivista di filosofia (Il Saggiatore, 2013)

L E T T E R a -  Rivista di clinica e cultura psicoanalitica
Joyce. Sinthomo, arte e follia (et al./Edizioni, 2013)

intervengono:

Aldo ROVATTI  – Direttore Aut Aut – Università di Trieste
Mario COLUCCI  – ICLES Trieste
Giancarlo RICCI  - redazione LETTERa
Federico LEONI  - docente IRPA

Coordina: Chiara OGGIONNI  - docente IRPA

          

Nell’ultimo numero della rivista di psicoanalisti LETTERa
dedicata a JOYCE. SINTHOMO, ARTE, FOLLIA (et al./Edizioni, Milano 2013), segnaliamo l’intervista della redazione al sociologo 

FEDERICO CHICCHI autore del libro SOGGETTIVITA’ SMARRITA
(Bruno Mondadori, Milano 2012). 

Riportiamo un brano dell’intervista.

Il suo libro dimostra la fecondità dell’incontro tra sociologia e psicoanalisi, proprio grazie alla consapevolezza teorica che l’individuo e la società sono strutturalmente implicati e che l’inconscio si effettua in modo “estroflesso” rispetto all’individuo. In che misura possiamo affermare che oggi il lavoro del sociologo non può fare a meno di avvalersi della psicoanalisi per analizzare l’attuale disagio della civiltà?

       La sociologia oggi non può più fare a meno della psicoanalisi perché quest’ultima le consente di osservare in modo molto più efficace e dirimente la dimensione normativa e produttiva di soggettività della relazione sociale. D’altro canto la psicoanalisi deve poter assumere e trattare con maggiore consapevolezza i rapporti tra i diversi modelli di azione sociale (e le forme istituzionali che ne derivano), le cangianti forme organizzative del potere e il comportamento psicopatologico che la pratica clinica permette di individuare e di evidenziare. Ci si dimentica troppo spesso quanto, fin dalla loro fondazione, che risale per entrambe le discipline più o meno alla seconda metà del diciannovesimo secolo, sociologia e psicoanalisi si siano continuamente influenzate e suggestionate reciprocamente.

     

L’incontro tra sociologia e psicoanalisi inzuppa il volume da capo a piedi. Se ne sente, credo, l’odore. Psicoanalisi e sociologia, ma anche antropologia e filosofia, e tutte le altre scienze sociali, se vogliono sopravvivere alle attuali profonde trasformazioni dei fenomeni sociali, credo che debbano rinnovarsi attraverso una inquieta e incessante ricerca di reciproci (senza egemonie), coraggiosi e fecondi incontri transdisciplinari. Questo naturalmente se si vuole tentare di comprendere qualche cosa che riguarda il Reale del contemporaneo.

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   Indiscutibilmente oggi siamo sulla soglia di un inquietante mutamento antropologico. Mettere in discussione radicalmente la differenza tra i sessi, ritenuto uno dei pilastri simbolici del funzionamento della nostra civiltà, comporta conseguentemente una serie di mutazioni di altri statuti simbolici quali la famiglia, la filiazione, l’identità sessuale, la funzione di padre e di madre, lo statuto di figlio.

   Mai quanto oggi lo scientismo e in particolare le biotecnologie promettono di poter varcare ogni limite umano e di poter trasformare il corpo in una macchina perfetta. L’ideologia di genere fa propria questa visione, fornendo il corrispettivo immaginario secondo cui un corpo potrebbe assumere qualsiasi identità di genere pur di realizzare il fantasma del godimento perfetto.

    Dato questo scenario sociale che cosa rimane implicato nel sintomo dell’omosessualità? Quali fili annodano in termini antropologici e culturali la questione dell’omosessualità con i nostri tempi? La prima implicazione, forse la più densa, sorge da una constatazione: la diffusione dell’omosessualità procede di pari passo con il declino della funzione del padre nelle società a capitalismo avanzato. Per un altro versante il tramonto simbolico del padre promuove una concezione materna della legge dove gli effetti sul piano clinico conducono facilmente  a esiti inquietanti e a patologie distruttive.

         La nostra epoca, che festosamente si compiace del declino del padre, celebra il trionfo di un “godimento smarrito”, barattandolo con un concetto di libertà e di emancipazione in cui tutto è permesso.

Per saperne di più vai a :  orientamentosessuale.blogspot.it

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La nuova traduzione del testo di
S. Freud
 
LA QUESTIONE DELL’ANALISI LAICA
edita da Mimesis Edizioni (2012)

Alcuni passi dalla Prefazione dei traduttori
(Antonello Sciacchitano e Davide Radice): 

“La nostra traduzione si è andata plasmando in un modo che possiamo, solo ora, connotare secondo questi tre attributi: scientifica, etica, collettiva. […] E’ scientifica perché ogni nostra scelta linguistica trova la sua giustificazione solo e unicamente sulla base di due criteri: la coerenza linguistica e la fecondità teoretica della proposta interpretativa.

Tutti i passaggi che abbiamo tradotto in modo innovativo propongono una nota che da una parte spiega linguisticamente la scelta adottata, dall’altra colloca il significato proposto nell’articolarsi del pensiero freudiano, ricollegandosi ad altri concetti presenti in questa o in altre opere […].

La nostra traduzione è allora etica perché ha come primo obiettivo quello di dare al lettore la possibilità di pensare il pensiero di Freud limitando, dove possibile, l’impatto dello scarto fra due lingue. […] Il carattere etico della nostra proposta è rintracciabile anche nella scelta di decostruire e analizzare il modo in cui la traduzione ufficiale di Freud ha deliberatamente mancato di riportare il carattere eticamente rivoluzionario della sua scrittura. […]

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PICASSO, LACAN E IL CASO DELLE SORELLE PAPIN

Il caso delle sorelle Papin, un efferato pluriomicidio avvenuto in Francia nel 1933, diventa in quegli anni un tema di dibattito tra intellettuali e surrealisti. Picasso e Lacan dissentono.
Lacan pubblica sulla celebre rivista surrealista “Minotaure” un breve saggio dal titolo “Motivi del delitto paranoico”. Eppure per Picasso le sorelle Papin “non sono pazze” ma “hanno osato fare ciò che ciascuno vorrebbe fare, ma che nessuno osa fare”. Il tema della follia e dell’arte si ripropone …

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MILANO – VENERDì 16 NOVEMBRE ALLE 18.30

Libreria UTOPIA, via della Moscova 52 – Milano

presentazione di  LETTERa. Rivista di clinica e cultura psicoanalitica

Intervengono:  GIORGIA FRACCA, FEDERICO LEONI,  JOSEPH MOYERSOEN, GIANCARLO RICCI

 
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CHI E’ LA PIU’ CATTIVA DEL REAME ?

FIGLIE MADRI E MATRIGNE NELLE NUOVE FAMIGLIE

 

29 maggio ore  21

Libreria Equilibri, via Farneti 11 –  Milano (MM Lima)

 

Conversazione tra

MARIA BARBUTO

MARIA VITTORIA LODOVICHI

LAURA PIGOZZI

 

Sul libro di Laura Pigozzi, Chi è la più cattiva del reame?, et. al. /Edizioni

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Martedì 8 maggio, alle ore 21

Libreria EquiLibri, via Farneti 11 (MM Lima)

SOGGETTIVITA’ E DENARO. LOGICA DI UN INGANNO

 discutono  SILVANO PETROSINO e GIANCARLO RICCI

In occasione dell’uscita del libro di Silvano Petrosino, Soggettività e denaro. Logica di un inganno, Jaca Book, 2012

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MILANO 24 febbraio 2012 – ore 18.

Nel ciclo “Discutere la psicoanalisi” organizzato da IRPA,
in via Gaggia 4, a Milano,

GIANCARLO RICCI, COSTANTINO GILARDI, MARIO BINASCO

presentano il primo numero della rivista di psicoanalisi LETTERa
sul tema monografico “I LEGAMI E L’INCONSCIO”
edita dalle Edizione Et. al.

Ingresso libero.
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ANIMALIDIVERSI

Il 25 ottobre 2011 alle ore 18.30 presso il FOYER di SPAZIO OBERDAN, via Vittorio Veneto 2 a Milano, si svolge l’inaugurazione della mostra ANIMALIDIVERSI cui intervengono, oltre alla curatrice Eloisa Guarracino:
Marisa Ferrario Denna, responsabile collana Nomos “Poesia Contemporanea”,
lo psicanalista Giancarlo Ricci,
lo scrittore Ambrogio Borsani,
i poeti Giulia NiccolaiTomaso KemenyJean Poncet Andrè Ughetto.

La mostra è promossa da Provincia di Milano/Assessorato alla Cultura
Foyer di Spazio Oberdan  - Viale Vittorio Veneto 2, Milano
dal 26 ottobre al 6 novembre 2011 – orari da lunedì a domenica 10-20
ingresso libero

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Bologna – sabato 11 giugno 2011

Giornata di Studio – ore 10-13  e  14-17

L’HANDICAP E LO PSICHICO

organizzato da RNDI
presso lo Star Hotel (Stazione ferroviaria)

Intervengono, oltre Maria Vittoria Lodovichi                                          (“Il transfert nella cura del soggetto con handicap”), Patrizia Baiocchi, Battistina Bertino, Edgar Contesini, Pier Giorgio Curti, Valeria Gabbrielli, Marta Giovini, Ingrid Iencinella,  Rachele Lemmi, Franco Lolli,  Tiziana Manigrasso, Silvia Ruspa, Marco Sabatino, Fabio Sacconi, Angelo Villa.

Mercoledi’ 4 maggio, ore 19 – 20.30

Centre Cultural Français
Palazzo delle Stelline, sala Cinema (piano-1)
Corso Magenta 63 – Milano

Intervento di GIANCARLO RICCI (psicanalista)


Ciò che hai ereditato dai padri riconquistalo se vuoi possederlo davvero”.

Coordina la conferenza Pino Pitasi (psicologo)


Tra le numerose citazioni di Goethe che Freud ama citare, una, tratta dal Faust, è particolarmente significativa: “Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo se vuoi possederlo davvero”. La troviamo nell’ultima pagina del Compendio di psicanalisi (1938), un testo rimasto incompiuto e la cui stesura era incominciata nell’esilio londinese. Accostiamo il verso di Goethe alle parole di Freud: “Dove qualcosa era, occorre che io avvenga” (Wo Es war, soll Ich werden ). La frase è celebre, compare nella trentunesima lezione dell’Introduzione alla psicanalisi (1932) e costituisce l’emblema più luminoso della psicanalisi.  E’ come un cristallo in cui due superfici si congiungono e diventano un’unica, affilatissima lama di luce. La virgola che divide la frase interseca, divide, separa i due tempi logici del mito, ma anche li tiene uniti e li pone in relazione.

L’intervento conclude il ciclo di tre conferenze “Frammenti di padre” che ha ospitato Massimo Recalcati (20 aprile) e  Francesco Giglio (4 maggio). L’iniziativa è promossa dall’Associazione Lacaniana Italiana di psicoanalisi.

14 aprile, ore 21 - Libreria EquiLibri, via Farneti 11 – Mi

Voci smarrite.

Legami sociali al tempo delle anestesie

Conversazione intorno al libro di Laura Pigozzi,
Voci smarrite. Godimento femminile e sublimazione (Antigone Edizioni)

Intervengono: Laura Pigozzi  e Giancarlo Ricci

testimonianza vocale (gruppo di non cantanti sulla voce come legame)

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Ideale proseguimento del precedente libro (A nuda voce) l’autrice esplora il tema della voce quale legame sociale, capacità d’invenzione, istanza di produzione artistica e di pensiero. La voce inoltre viene esplorata nell’accostamento tra femminile e sublimazione, proprio in un’epoca, la nostra, per molti aspetti anestetica, contraria cioè all’estetica, alla creazione, all’umano.

Eppure la voce mentre si fa canto lavora intorno al corpo, proprio come accade in ogni opera d’arte. Produce talvolta un godimento simile a quello che invade il corpo femminile nell’eros, e che tuttavia diventa anche lingua e legame. Ecco perché la voce è un indicatore della tenuta sociale: se il soggetto abdica alla propria voce, non ha più “voce in capitolo” nei confronti di una socialità conformistica che vorrebbe appiattire ogni originalità. In ogni creazione vocale c’è pathos, inciampo, oscurità, c’è un inconscio che improvvisamente si manifesta. La voce è il luogo di questa rivelazione.

Tra i temi affrontati: le vicissitudini dei soggetti “stonati”, la protesta inconscia dei dislessici, la dialettica tra voce e femminilità, la relazione tra sublime e sublimazione, il trauma della muta vocale maschile, la voce dei castrati e dei sopranisti, il tema della voce trans le diplofonie e le stripsodie. Infine il silenzio, la voce anestetica e quella narcisa, e un’inedita riflessione su canto e anoressia.

LAURA PIGOZZI vive e lavora a Milano. E’ docente di canto e di psicoanalisi della voce. Conduce percorsi di accompagnamento per cantanti in crisi, corsi sulla voce in gravidanza e corsi di formazione prosodica per manager, attori e speaker. E’ autrice di diverse pubblicazioni tra cui segnaliamo A nuda voce. Vocalità, inconscio, sessualità (2008, rist. 2009, 2010, Antigone Edizioni). Recentemente ha ideato “Rapsodia. Rete di psicanalisi, arte, vocalità”, luogo di incontro tra psicoanalisti e artisti. (www.rapsodia-net.info) e organizza, presso il suo Centro sul Lago di Garda, stage e corsi di formazione e di studio. (www.pigozzi.info ; www.laurapigozzi.com)

L’incontro è promosso da: Laboratorio “Sigmund Freud. Rete di Psicanalisi”, “Rapsodia. Rete di psicanalisi, arte, vocalità”, Antigone Edizioni.

I LEGAMI TRA ANALISTI E L’INCONSCIO NELLA STORIA E NELL’ATTUALITA’ DELLA PSICANALISI. Il titolo di questo primo convegno dell’Associazione Lacaniana Italiana (ALI) si svolge il 26 e 27 marzo 2011 presso la Sala Maggiore del Fast, Piazzale Morandi 2, a Milano. Tra i vari relatori italiani e stranieri interviene Giancarlo Ricci con una relazione dal titolo “Istoriare il reale. Sulla contemporaneità della psicanalisi”. Per la partecipazione occorre un’iscrizione.

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1 marzo, ore 21 presso Libreria EquiLibri, via Farneti 11 – Milano
Desiderio e godimento nella modernità
Intervengono:
Alessandro Bertoloni, Ferruccio Capelli, Marisa Fiumano’, Maria Vittoria Lodovichi, Giancarlo Ricci

Conversazione intorno ai libri di Marisa Fiumano’, L’inconscio è il sociale, (Bruno Mondadori) e AA.VV., Disagio nella modernità (Et al. Edizioni).
Alla base del dibattito si situa l’aforisma di Lacan che dà il titolo al libro di Marisa Fiumano’: L’inconscio è il sociale. “Il godimento – osserva l’autrice – è una nozione flessibile, sfaccettata, che potremmo definire socialmente emergente e la cui economia  si presta a facili derive: dipendenze che inghiottono il soggetto e ne fanno appassire il desiderio, o che producono depressione.  Ma dipendenze e depressione sono entrambe manifestazioni sintomatiche  e stigma del nostro tempo”.

Il libro Disagio nella modernità (curato da Alessandro Bertoloni, con un’introduzione di M. Fiumano’ e la postfazione di Ferruccio Capelli),  edito da Et al. Edizioni, raccoglie gli interventi di alcuni incontri  tenutosi  presso la Casa della Cultura nel 2007.  Il testo ripercorre, con il contributo di quattro grandi psicanalisti, alcuni temi cruciali della contemporaneità:  il disagio nella famiglia (Nazir Hamad),  l’angoscia (Jean-Paul Hiltenbrand),  la spersonalizzazione (Jean-Jacques Tyszler) e la crisi del legame sociale (Charles Melman)

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L’appuntamento è promosso dal Laboratorio Freud. Rete di Psicanalisi

MILANO, 17 febbraio 2011, ore 21. Conversazione tra SILVANO PETROSINO (filosofo) e GIANCARLO RICCI intorno a L’EROS DELLA DISTRUZIONE E LA SCENA UMANA. L’attrice Daniela Zambrano legge alcuni passi tratti di Ricordi dal sottosuolo di Dostoevskij. L’appuntamento si svolge presso la LIBRERIA EQUILIBRI in via Farneti 11 a Milano (MM Lima). La conversazione parte dai libri di Petrosino (con S.Ubbiali) L’eros della distruzione. Seminario sul male (Il Melangolo) e La scena umana (Jaca Book).


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“L’uomo ama creare ed aprirsi delle strade, su questo non c’è dubbio. Ma allora perché egli ama così appassionatamente anche la distruzione e il caos? (Dostoevskij). Questo inquietante interrogativo sta al centro di una serie di riflessioni intorno alla “scena umana”.  E’ in gioco, in modo radicale, l’antica questione del rapporto del soggetto con il male, all’interno della quale ci si imbatte in quella gratuità della “ferocia dell’uomo nei confronti del suo simile che supera tutto ciò che possono  fare gli animali e di fronte alla quale persino gli animali feroci recedono inorriditi” (Lacan).

MILANO. 25 novembre, ore 21. Conversazione sul tema IDENTITA’ PRECARIE, titolo del libro di AA.VV. (a cura di G. Bertelloni e S. Berti) Identità precarie (Edizioni ETS) che raccoglie gli atti del Convegno di Firenze del maggio 2009.

Intervengono: Giuliana Bertelloni, Marco Focchi, Maria Vittoria Lodovichi.

Disegni di Francesca Magro e musiche di Fiorella Buono.

Presso Libreria EquiLibri, via Farneti 11, Milano.

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MILANO. Il 23 novembre 2010, dalle ore 18.30, in occasione della mostra fotografica di Giordano Morganti dal titolo Psichiatric Hospital Frankenstein presso lo SPAZIO TADINI a Milano, in via Jommelli 24, dibattito:

Il mito di Frankenstein e la mostruosità

Intervengono: FLAVIO CAROLI (critico d’arte), GIORDANO MORGANTI (fotografo), VALERIA PALUMBO (giornalista), GIANCARLO RICCI (psicanalista).

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“La maggior parte delle persone – scrive Giordano  Morganti – è affetta da una malattia gravissima:  credono di essere normali; è lì che abita  la follia  peggiore, quella che diabolicamente annidata e sghignazzante attende di poter dare il meglio di sè, e  questa follia risiede quasi sempre in quella persona dall’apparenza innocua ma dal pensiero debole”.

MILANO. 7 OTTOBRE, ORE 21.

In occasione del quarantennale della scomparsa di Paul Celan, conversazione sul libro di Mario Ajazzi Mancini “A nord del futuro. Scritture intorno a Paul Celan” (edizioni Clinamen). Alla serata dedicata al tema A NORD DEL FUTURO. PSICANALISI E POESIA intervengono, oltre a MARIO AJAZZI MANCINI, ANNA BARRACCO, ROSALBA MALETTA, GIANCARLO RICCI. Vi saranno anche letture e audizioni di poesie di Celan.

La serata si svolge presso EQUIILIBRI in via Farneti 11 a Milano.

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MILANO. Mercoledì 23 giugno 2010, alle ore 21 presso l’Ordine degli Psicologi, in corso Buenos Aires 75, Anna Barracco e Giancarlo Ricci presentano il libro di Marisa Fiumanò “L’inconscio è il sociale” (Bruno Mondadori). Sarà presente l’autrice. Ingresso libero.

MILANO, 21 APRILE ORE 18.30. Presentazione del libro L’uomo senza inconscio di MASSIMO RECALCATI. Intervengono MAURO MAGATTI (Preside della Facoltà di Sociologia della Cattolica di Milano), GIANCARLO RICCI, l’Autore. Introduce GIACOMO COSTA S.I. (Direttore del mensile Aggiornamenti sociali). Presso Fondazione Culturale San Fedele, piazza San Fedele 4 a Milano. Ingresso libero.

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Il tema dell’automa, il suo mito e la sua storia, l’automa come macchina   con le sue implicazioni nella cibernetica e nel concetto di protesi,   costruisce in questo libro del filosofo CARLO SINI un filo di pensieri incessanti e straordinari. L’essere, l’esserci dell’uomo , risuona di un’insopportabile vacuità che ha stessa stoffa dell’automa.

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L’abuso sociale degli psicofarmaci, la dipendenza da sostanze, gli effetti collaterali, il concetto aleatorio di guarigione e molte altre implicazioni ci interrogano radicalmente, in questo libro PSYCHOFARMERS intorno al mercato “globale” dove felicità e salute fanno tutt’uno.La soggettività sparisce.

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SUL TRIONFO DELLA RELIGIONE VERA.

“La religione è inaffondabile. La religione, soprattutto quella vera, ha risorse tali che non possiamo nemmeno immaginare”. Affermazioni come queste possono stupire. Ma se consideriamo che a pronunciarle è stato Jacques Lacan, psicanalista francese che tra gli anni 50 e 70 ha operato una profonda sovversione nel campo della psicanalisi, in effetti sorprendono. Brillano per la loro enigmaticità.

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Freud e la filosofia antica, le origini della psicanalisi, la sua appartenenza, le sue vere radici. In merito a tale dibattito questo libro getta una nuova luce. Mostra cioè, con rigore e precisione, gli effettivi legami che la “nuova creatura”, inventata da Sigmund Freud, “ha intrattenuto fin dalla nascita con quell’imponente patrimonio filosofico e letterario che fa capo alla civiltà classica e latina”.
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  • IL PADRE DOV’ERA. Le omosessualità nella psicanalisi

    In un’epoca in cui demagogie e opinioni sommarie rischiano di semplificare ricorrendo a facili formule (matrimoni gay, adozioni, omogenitorialità), questo libro di Giancarlo Ricci sorge dall’intento di ripristinare un pensiero critico che, quanto meno, segnali la complessità delle problematiche affrontate. Il lettore verrà accompagnato nell’esplorazione di una sorta di mappa in cui ciascuna voce (una quarantina) presenta il duplice volto della semplicità e della complessità. "L’intento da cui sono partito è stato quello di provare a rimettere sui propri piedi il tema dell’omosessualità e dell’identità di genere, di situarli nel contesto dei nostri tempi e della nostra società. Ma soprattutto di disancorarli da una visione ideologica che risulta il modo più facile e semplificante di rappresentarli sulla scena sociale. Le “teorie del genere” e l’omosessualismo infatti vengono proposte come un discorso che fa appello all’egualitarismo, alla lotta contro la discriminazione e all’omofobia in nome di una particolare concezione della sessualità e della differenza tra i sessi. Questo lavoro tiene conto dei nodi essenziali della teoria e della clinica avanzati dalla comunità psicanalitica".
  • INDICE DI: L’ATTO LA STORIA

    Introduzione
    PRIMO TEMPO -
    L’atto di Benedetto XVI

    - Atto inaspettato
    - Un’altra laicità
    - Farsi zolla
    - Non scendo dalla croce
    - Elogio dell’impotenza
    - Spensierato relativismo
    - Il collaudatore
    - Termina il Novecento?
    - La tenuta dei ponti
    - Il crollo delle Torri
    - Ritorno a Babele
    - Un Altro Papa

    SECONDO TEMPO -
    L’arrivo di Francesco

    - Dalla fine del mondo
    - Teorema della povertà
    - Benedico in silenzio
    - Il posto degli ultimi
    - La stoffa e lo strappo

    Bibliografia
    (Ed. San Paolo, pp.94, € 9)

  • PSICOFARMACI E DINTORNI di Giancarlo Ricci

    Mai quanto oggi, mentre sta per uscire l’ultima versione del DSM, risulta attuale un libro di qualche anno fa. Ma partiamo da un’immagine. E’ un’immagine vista e rivista: un manipolo di marines pronti a intervenire. Sul manifesto, datato 1944, campeggia un nome: “Benzedrina”. Il sottotitolo: “Per uomini in combattimento: quando il gioco si fa duro…”. E’ risaputo che ai soldati venivano date massicce dosi di anfetamine. Non era noto che tale pratica fosse addirittura pubblicizzata. Dai fabbricanti di guerre passiamo ai fabbricanti di psicofarmaci. Se anche qui il “gioco si fa duro” è perché questo tipo di “fabbricazione” assume contorni sfumati, protetti o addirittura occultati. Ed è questo, in un certo senso, a risultare più inquietante rispetto ai nostri morituri soldati. Il volume PSYCHOFARMERS (Isbn Edizioni), scritto da Pietro Adamo (docente di Storia Moderna) e da Stefano Benzoni (neuropsichiatria infantile), fa luce su una zona scura, o meglio, oscurata. Nel ripercorrere, voce dopo voce, la storia sociale degli psicofarmaci negli ultimi cinquant’anni, dalle anfetamine ai barbiturici e dalle benzodiazepine alle più “sofisticate” classi degli attuali antidepressivi, vengono riprodotte decine di campagne pubblicitarie, depliant e manifesti, che scandiscono le tappe dell’immaginario medico e sociale in materia di disagio psichico. L’effetto è devastante: il concetto di “scientificità” vacilla sotto la pressione di profitti inimmaginabili, la parola “salute” sembra sfuggire, la “psicofarmacologia” non può che procedere a colpi di percentuali, cercando di scansare paradossi ed effetti imprevisti. L’abuso sociale degli psicofarmaci, la dipendenza psicologica, gli effetti collaterali, il concetto aleatorio di guarigione e molte altre implicazioni ci interrogano radicalmente, in questo mercato dove felicità e salute fanno tutt’uno, sul posto assegnato all’anima. Che questa sia stata ripetutamente venduta al diavolo, non c’è dubbio. Infatti alcune categorie sono state sostituite – affermano gli autori – “da nuovi sistemi di valori, sempre più simili a quelli con cui scegliamo e giudichiamo scarpe, orologi e automobili”. Ognuno si scelga lo psicofarmaco di suo gradimento. Almeno può avere l’illusione di esercitare una soggettività. Nell’attuale “cultura terapeutica”, come dimostra il sociologo Frank Furedi nel libro Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana (Feltrinelli), “gli individui non vengono curati, ma messi in stato di convalescenza”. Ovvero “la facilità con cui viene accettata la patologizzazione del comportamento umano indica che la medicalizzazione della vita è ormai un fatto compiuto”. Statistiche alla mano, l’autore esplora come sorgono e si diffondono, negli ultimi vent’anni, termini come “autostima”, “stress”, “trauma”, “sindrone”. Tutto diventa spiegabile e soprattutto giustificabile. Stretti tra due immaginari, la psicofarmacologia e lo psicologismo, troveremo l’audacia di chiedere che fine ha fatto l’anima? Non appena incominciamo a pensarci ci propinano un ansiolitico o ci somministrano un test. Forse hanno ragione, è una domanda da stressati.
  • LOGICA DELL’INVIDIA di Giancarlo Ricci

    SILVANO PETROSINO, Visione e desiderio. Sull’essenza dell’invidia, Jaca Book, 2010, (1992). Tra le varie  passioni umane esiste anche una passione oculare: l'invidia. Essa tocca, ferisce, offende, può gettare in una mortale abissalità. Nell'invidia, con il suo particolare atto percettivo, "non solo si riceve la luce e si vede il visibile, ma anche si soffre in questa visione, si fa esperienza del dolore nel vedere:  in essa si vede il reale come causa del proprio dolore". Nella prima parte del libro - che giunge oggi, dopo quasi due decenni, alla sua seconda edizione – Silvano Petrosino preleva materiali di riflessione dalla tradizione poetico-letteraria e filosofica. Egli riconsidera il personaggio di Molly nell'Ulisse di Joyce, di Gertrude nei Promessi sposi , la figura di Satana nel Paradiso perduto di Milton, il tema del giudizio e della passione nella Retorica aristotelica, quello della "necessità di imparare a vedere" in Nietzsche (Genealogia della morale ) e infine quello della "visione e della previsione" in Heidegger (Essere e tempo ). In queste pagine la connessione tra visione e desiderio non si arena nelle secche di una fenomenologia, ma dischiude un'originale via di riflessione che, tra l'altro, tiene conto del contributo psicanalitico di Jacques Lacan e di altri pensatori quali Lévinas, Starobinski, Bataille e altri. La seconda parte del libro è dedicata a un'elaborazione sul tema dell'invidia che ha il raro pregio di non cadere in alcun schematismo psicologistico. Penso sia una delle elaborazioni intorno alla struttura dell’invidia più preziose per la psicanalisi. La questione dell'invidia è posta agli antipodi della morale se è vero, come afferma Petrosino, che nell'invidia il soggetto "non ha mai deciso di desiderare" e che "la misura del desiderio è la dismisura". L'invidia sorge quando il soggetto avverte, nel paragone con il proprio simile, una dolorosa impotenza. Per via di sguardo accade l'incontro con lo stupore. Ma "quale stupore maggiore può sorprendere se non quello di fronte ad un vedere che vedendo ancora non invidia?". (Giancarlo Ricci)
  • IL GIURAMENTO, L’ATTO E LA PAROLA DATA di G. Ricci

    IL SACRAMENTO DEL LINGUAGGIO di Giorgio Agamben(Laterza, 2008). Che cosa è il giuramento, quale la sua origine e il suo scopo se esso mette in questione l'uomo stesso come soggetto politico? Questa archeologia del giuramento ritorna alle fonti greche e romane fino alle confutazioni dei linguisti, il libro esplora questa complessità attraversando culture, religioni, sistemi filosofici. L'uomo, scoprendosi parlante, decide di legarsi alla sua parola e di mettere in gico in essa la sua vita e il suo destino. Moltissimi sono i commenti che la psicanalisi può aggiungere. (Maria Vittoria Lodovichi).
  • COSA RESTA DEL PADRE di G. Ricci

    La questione del padre è il cuore stesso della nostra quotidiana contemporaneità. Lo dimostrano in modo esemplare alcune opere letterarie come Patrimonio di Philip Roth, La strada di Cormac Mc Carthy o il film “Gran Torino” di Clint Eastwood le cui strutture narrative, nella seconda parte del libro, vengono ripercorse in un’originale lettura. Da alcune stagioni del Novecento, in cui trionfa il nichilismo e la morte di Dio, fino ai nostri giorni in cui l’enfasi della fine del soggetto, della verità o della storia pongono sotto i nostri occhi gli effetti sociali devastanti dell’evaporazione del padre, Recalcati propone la via della testimonianza (Massimo Recalcati, Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina, 2012). E’ una terza via, distante tanto dalla nostalgia di un padre ormai socialmente dismesso, quanto dall’esaltazione di un godimento cinico e materialista che esalta la logica del tutto è permesso. Cosa resta dunque del padre? “La sua testimonianza particolare di come si possano tenere uniti Legge e desiderio”. E’ una testimonianza prossima alla donazione, racchiude la cifra di una possibile trasmissione del desiderio e s’impone come l’eredità più autentica. “Una generazione deve donare all’altra, insieme al senso del limite, la possibilità dell’avvenire, il desiderio come fede nell’avvenire”. E ancora: “Perché vi sia trasmissione sono necessari, insieme all’interdizione, dono, promessa, fede”. In assenza di questi termini proliferano le impasse della società: il culto narcisistico dell’io, l’indifferenza cinica, il trionfo dell’oggetto come unico valore possibile. Quel che resta del padre – conclude Recalcati – è custodia del mistero della vita e della morte, è la responsabilità dell’eredità e della trasmissione, è generatività del desiderio come nuda fede”. (Giancarlo Ricci)
  • IL CORPO COME TESTO di Giancarlo Ricci

    Straordinaria esplorazione del docente di diritto Francesco Migliorino (Bollati Boringhieri, 2008)che scandaglia la complessità della nozione di corpo a partire dal discorso giuridico. Il corpo è un testo: luogo di esistenza dei segni tracciati dalle tecniche e dalle pratiche del diritto. Segni, riti, inscrizioni, scritture che si sono depositati nel corso sei secoli sul corpo di ciascuno. Qui un tentativo di incominciare a decifreare. Per sapere come siamo stati fabbricati e perchè siamo. Note interessanti sull'infamia (concetto medioevale), sulla confessione e sulla secolarizzazione. Il capitolo finale "La bonifica umana" è relativa alla storia del manicomio criminale di Barcellona in Sicilia, sul quale Migliorino ha creato un video dal titolo "Aria". Appena un'allusione alla "nuda vita" dei folli. (G. Ricci).
  • HABEAS CORPUS di G. Ricci

    HABEAS CORPUS. SEI GENEALOGIE DEL CORPO OCCIDENTALE, di Federico Leoni. Prefazione di Carlo Sini (Bruno Mondadori, 2008). Il libro esplora sei ambiti relativi al corpo. Il primo capitolo L'ALTRA ANATOMIA esplora il gesto inagurale di Freud relativo a un'altra lettura dell'isteria. Scrive Leoni: "Non esiste affatto quella cosa che chiamiamo abitualmente il corpo umano... perchè esso è sempre la posta in gioco di una certa rete di scritture, la scommessa di un certo programma di sperimentazioni, il progetto di un certo sistema di scambi ecnomici". E ancora, in definitiva, "la voce della vita stessa, o della sua unica sacerdotessa contemporanea, la biologia, ha scalfito con relativa facilità le pretese veritative delle scienze umane". (G. Ricci).
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  • LA CLINICA DEL CORPO di G. Ricci

    Notevole libro dello psicanalista francese Paul Laurent Assoun (Franco Angeli, 2004). Ricerca essenziale che pone i caposaldi intorno a un'interrogazione sul corpo in psicanalisi. Tra i nodi considerati: il corpo e l'inconscio, il sintomo, l'evento isterico, il fantasma, il trauma, il godimento, le pulsioni, il narcisismo, l'Es. Un'altra lettura della psicosomatica e un altro modo per esplorare le connessioni tra lo psichico e il somatico.(G.Ricci).
  • LA CLINICA SECONDO DELEUZE

    “Far balbettare la lingua stessa, nel più profondo dello stile, è un procedimeto creativo che attraversa le grandi opere”. Il particolare ascolto che Gilles Deleuze dedica alla questione della lingua, è davvero singolare e talvolta sconcertante, in questo suo libro CRITICA E CLINICA (Raffaello Cortina). Nell’attraversare autori, personaggi e scrittori non solo del ‘900, la sua attenzione si sofferma nel cercare di cogliere la particolare lingua che muove personaggi e situazioni. “Quel che conta per un grande romanziere, Melville, Dostoevskij, Kafka o Musil, è che le cose restino enigmatiche e tuttavia non arbitrarie: insomma, una logica nuova, in tutto e per tutto una logica, ma che non riconduca alla ragione e che colga l’intimità della vita e della morte”. La scrittura nella modernità è un’avventura estrema, abitata da forze centrifughe, enigmatiche, ma “non arbitrarie”. E’ un’esperienza in cui lo scrittore cerca di fare tutt’uno con la propria lingua, anche se dilaniato dal rischio di perdere un equilibrio già precario, di “trascinare la lingua fuori dai solchi abituali e di farla delirare”. Tuttavia “quando il delirio ricade allo stato clinico , le parole non sboccano più su nulla, non si sente e non si vede più nulla attraverso di loro, tranne una notte che ha perso la sua storia, i suoi colori e i suoi canti. La letteratura è salute”. Critica e clinica : titolo del libro, ma anche accostamento inusuale, provocatorio e senza dubbio fecondo. Gilles Deleuze, nato nel 1925, è stato una delle figure più significative, anomale, antiaccademiche del panorama filosofico francese. Basti pensare al suo celebre Anti-Edipo che, scritto con Felix Guattari agli inizi degli anni ‘70, provocò infinite querelles nella Parigi in cui intellettuali come Barthes, Derrida, Foucault e Lacan vivevano la loro stagione più prolifica. Deleuze ha sempre prediletto allontanarsi dai sistemi di pensiero compiuti, vagabondare nelle periferie del sapere, soffermarsi su verità frammentarie e improbabili. Questo libro può considerarsi il suo testamento letterario e filosofico. Scritto due anni prima del suicidio (come Althusser verrebbe da osservare), raccoglie saggi brevi e lunghi che parlano di testi filosofici come se fossero romanzi e di testi letterari come se fossero scritti filosofici. L’effetto è sorprendente, anche per certi accostamenti inusuali. Qualche esempio: “Un precursore misconosciuto di Heidegger: Alfred Jarry”, “Quattro formule poetiche che potrebbero riassumere la filosofia kantiana”, “Nietzsche e san Paolo, Lawrence e Giovanni di Patmos”. Deleuze ama percorrere e ripercorrere quell’insieme di vie, di lingue e di stili, che s’incrociano, “ripassano per gli stessi posti, si avvicinano e si separano, ognuna apre una prospettiva su altre”. Scruta, osserva e si abbandona a visioni. Ma mette in guardia: “Queste visioni, questi ascolti, non sono una faccenda privata, ma formano le figure di una Storia e di una Geografia continuamente reinventate. E’ il delirio che le inventa, come processo che trascina la parola da un capo all’altro dell’universo. Sono eventi alla frontiera del linguaggio”. Curioso gesto quello di Deleuze: arrampicarsi sulla torre di Babele e conoscere i segreti della sua architettura vale per lui a sondarne la fragilità. Quasi aspettasse o addirittura auspicasse il crollo imminente. Per lui la vera scrittura incomincia da questa rovina, da questa caduta. Ciò è evidente quando parla di scrittori come Wolfson, Roussel o Brisset, autori che hanno fatto balbettare, sussultare, vacillare lingue, sintassi e stili. E’ meno evidente invece quando per esempio parla dell’impresa filosofica: “Quando la lingua sprofonda girando nella lingua, la lingua compie finalmente la sua missione, il Segno mostra la Cosa ed effettua l’ennesima potenza del linguaggio perché <> (Heidegger)”. La carrellata che Deleuze propone è vertiginosa: il piccolo Hans di Freud, Bertleby lo scrivano di Melville, i paradossi di Masoch, le rigorose fantasticherie di Lewis Caroll. E ancora Nietzsche, Beckett, Lawrence, Spinoza, Musil e tanti altri. Alcuni di questi sono autori che “inventano un uso minore della lingua maggiore in cui si esprimono interamente : rendono minore questa lingua [...]. Risultano grandi a forza di minorazioni: fanno fuggire la lingua, non smettono di gettarla nello squilibrio, di farla biforcare e variare in ciascuno dei suoi termini, secondo un’incessante modulazione”. La tesi è che “un grande scrittore è sempre come uno straniero nella lingua in cui si esprime, anche se è la sua lingua nativa”. Insomma, se “il romanziere ha l’occhio del profeta” è perché “si può progredire solo se ci s’inoltra in regioni lontane dall’equilibrio”, come talvolta accade, suggerisce Deleuze, nell’ambito dell’invenzione scientifica. Ecco perché il gesto di questo originale pensatore è distante da ogni forma di nichilismo, nonostante lo sperimento che persegue sia quello di “mettere la lingua in uno stato di boom, vicino al crack “. Occorre conoscere palmo a palmo l’inferno della torre di Babele, riuscire ad ascoltare lingue impercettibili, saper guardare in volto, nel romanzo della modernità, “quei personaggi che si reggono nel nulla, sopravvivono solo nel vuoto, conservano fino alla fine il loro mistero sfidando logica e psicologia”. In un’epoca in cui siamo sommersi dall’incessante rumore di fondo di linguaggi e immagini, abbiamo dimenticato che “è attraverso le parole, in mezzo alle parole, che si vede e si sente”. (Giancarlo Ricci)
  • SE BENEDETTO APRE IL MONDO AL NUOVO SECOLO di Roberto Mussapi (L’Avvenire – 19.10.13)

    Le dimissioni di Papa Benedetto, l’elezione del nuovo pontefice, Francesco, oltre alla straordinaria importanza intrinseca rappresentano un segno potente di scossa e potenziale rigenerazione nel mondo non solo cristiano. Un libro sviluppa questo tema con grande originalità e profondità, “L’atto la storia. Benedetto XVI, Papa Francesco e la fine del Novecento” di Giancarlo Ricci (Edizioni San Paolo, pp. 94, euro 9). Ricci è uno psicanalista “laico”, cioè non dogmatico, il suo metodo di indagine sul mondo è inscindibile dalla prospettiva filosofica, antropologica; il mondo della religione, del mito, della poesia sono presenze forti, generanti, non accidentali nel suo percorso. Ha pubblicato anni fa un libro interessante in senso anche letterario, “Le città di Freud” (Jaca Book), poi saggi di interesse più strettamente psicanalitico. Ora scrive una delle più libere e acute riflessioni che io abbia letto di recente sul senso del sacro, della vita e della loro necessaria resistenza nel nostro mondo occidentale cristiano. Occidentale e cristiano a parole, anticipando l’esito del saggio, essendo stati erosi i valori etici fondanti dell’Occidente e del Cristianesimo. Da sempre sostengo la dannosità della lettura rigidamente psicanalitica del mondo, delle letteratura e dell’arte, ma la mia critica riguarda il fondamentalismo, il dogmatismo di tanta, troppa cultura psicanalitica, imperversante per decenni. Quando gli strumenti psicanalitici interagiscono con altri, come ad esempio in Starobinski, allora è tutta un’altra storia. Come in questo caso, dove il titolo non mente: si parla di un atto che segna e modifica la storia, le dimissioni di papa Benedetto XVI. E il sottotitolo sintetizza un’epopea in due nomi e un concetto: il nome del papa che si ritira, quello del nuovo pontefice che giunge “dalla fine del mondo”, e la conseguente fine del Novecento, secolo del dominio relativistico, della desacralizzazione, di conseguenza dell’angoscia. Libro denso e fascinoso, ricco e quindi difficile da sintetizzare. Proviamo a riassumerlo, al volo, rapiti dalla felicità delle immagini, dalla lucidità adamantina dello stile, dalla mercurialità wildiana delle intuizioni. Soprattutto dall’eticità da cui nasce questa difesa dell’Homo religiosus, qui e ora. Le dimissioni: Ricci vive come un’offesa l’attribuzione di queste a pure ragioni personali, stanchezza e salute, pur riconoscendo che possono concorrere. Ma la loro essenza è quella di un atto capitale, coraggioso, esemplare: la rinuncia al potere, l’umiliazione del proprio io di fronte alla comunità dei viventi. Dimettendosi Benedetto si umilia, si manifesta servitore eroico della fede. In un mondo che razionalisticamente irride ogni manifestazione del sacro e si genuflette al profitto, il Papa mette in opera la potenza dell’Atto. Svuota il vuoto, crea una rottura, uno spazio: Francesco, presentandosi, afferma di venire da lontano, “dalla fine del mondo”. Ma da una terra oltreoceano, sottolinea Ricci, terra di esilio, battuta da venti, estrema. Sì, viene dalla fine del mondo e nella benedizione inizia a parlare nella sua lingua argentina, il gesto più naturale, viscerale, intimo: sa che questa benedizione non è spiegabile, sarebbe comunque incomprensibile al vaglio del razionalista. Il mondo, scrive Ricci, non sarà più lo stesso: con metafore da narratore di razza: il “Crollo” (Babele, il muro di Berlino, le Twin Towers) il “Collaudatore” (che valuta la struttura e la tenuta dell’edificio, non gli ornamenti, e se necessario lo fa evacuare), il “Farsi zolla”, il “Non scendere dalla croce”: una vena lucidamente visionaria anima questo breve e compiuto libro scritto da un laico in difesa del sacro e dell’anima, e in onore di due grandi figure della cristianità.
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