Pubblichiamo questo testo di Mario Ajazzi Mancini che propone alcune note di lettura al libro di Giovanni Sias La follia ritrovata (Alpes, Roma 2016).

La follia ritrovata di Giovanni Sias – o forse, come proverò a dire, la follia rincontrata / re-indovinata – è un libro che cerca di recuperare la follia dai pregiudizi psichiatrici della nostra epoca, e non solo, al fine di mostrarne la fecondità operativa in merito alla questione del sapere di sé e del mondo.   

 

L’erranza e il tragico ne sono le declinazioni principali; le vorrei ricondurre alla formula deleuziana del divenire immanente – una produzione in sé, non di qualcosa, il continuo legarsi/slegarsi della vita in sé, Eros e Thanatos quale impasto/disimpasto pulsionale, per semplificare.
La formula, credo, dice di una vita tragicamente invivibile – se non siamo dei santi; come scrive Lacan: «La vita è questo – una deviazione, un’ostinata deviazione, per se stessa caduca e sprovvista di senso… La vita non vuole guarire. [...] La vita non pensa che a morire».

Di questa vita, la dialettica freudiana (prosegue Lacan) ha mostrato l’istanza, l’incidenza come domanda incessante, sempre in cerca di una risposta e mai davvero capace o in grado di trovarne una. Un senso. Un fondamento stabile, una dimora certa. È su quest’ultimo termine – dimora, ethos – che mi vorrei brevemente soffermare, richiamando un filosofo delle origini (molto caro a Giovanni), che sta alla base del pensiero tragico.
Erakleitos o’ skoteinos, come lo chiama Aristotele, Eraclito l’oscuro, il tenebroso. In particolare sul frammento 119 dell’edizione Diels-Kranz. 

Recita: Ethos atropo daimon: “Il carattere di un uomo è il suo destino”… Secondo la vulgata del frammento.
- Heidegger (che sembra tracciare una direzione interpretativa), nella Lettura sull’Umanesimo traduce: “L’uomo abita nelle vicinanze del dio”, e glossa: “Il luogo abituale in cui gli esseri umani abitano è l’apertura in cui può apparire il dio (in quanto non-abituale)”;
- Colli nella Sapienza greca traduce: «la propria qualità interiore è, per l’uomo, un 
demone»;
- Galimberti, in Terra senza il male, probabilmente influenzato da Hillmann, «un demone è per l’uomo la sua condotta, la guida del suo condursi”;
- E infine Agamben in Il linguaggio e la morte:  «L’ethos, l’abitudine, la dimora abituale, è, per l’uomo, ciò che lacera e divide”. In quest’ultima accezione, il demone è lacerazione, non più figura (semi) divina, piuttosto marcatore di scissione, della scansione tragica tra l’essere logico e naturale dell’uomo. 

Il viaggio freudiano che, fin dall’inizio sembra essere guidato dal demone della passione – Flectere si nequeo Superos, Acheronta movebo – è forse diretto verso questo operatore; e lo possiamo ipotizzare dai tre verbi che funzionano  come una sorta di guida fin dalle prime formulazione metapsicologiche (Lettera a Fliess del 25.5.1895): fantasticare (Phantasieren), interpretare (Übersetzen, letteralmente: “tradurre”) e congetturare (Erraten: “indovinare”); tanto folli da richiedere, in traduzione, una sorta di bonifica. Interpretazioni e congetture hanno un peso specifico più scientifico, mi si passi la banalizzazione sulla scorta delle congetture e confutazioni popperiane. 

In un passaggio di Al di la del principio di piacere, Freud richiama un fatto «nuovo e singolare» cui ascrive un potere demoniaco. Si tratta del fenomeno della ripetizione «che chiama in vita esperienze passate che escludono qualsiasi possibilità di piacere» e inducono a legittimare l’ipotesi di qualcosa di «più originario, più elementare, più pulsionale che quel principio di piacere di cui non tiene alcun conto».
La widerholungszwang sorprende l’abitudine, traumatizza, per così dire, lacerando l’ethos, e lascia infine emergere lo spaurimento del suo al di là. Ricordo che all’inizio del libro Freud (nel secondo capitolo) distingue paura, spavento e angoscia proprio in relazione all’eventualità di essere sorpresi e/o lasciarsi sorprendere – da una rottura, una lacerazione che potremmo dire demoniaca, nel cuore stesso dell’abitudine …
Sempre caro mi fu … Per accostarsi a questo al di là (frattura dell’ethos), il Professore si affida alla speculazione (che funziona sempre grazie all’ausilio di quei tre verbi): «quello che segue – dice Freud – è speculazione, spesso una speculazione che si spinge molto lontano», ai limiti stessi della vita, là dove, esercitandosi, l’azione del demone ha indicato pure una meta e una direzione: «la meta di tutto ciò che è vivo è la morte e, considerando a ritroso le cose, gli esseri privi di vita sono esistiti prima di quelli viventi». 

La morte è origine e meta.
Richiamo tre luoghi in cui questa figurazione si è sedimentata:
- Rilke, in anticipo su Freud«la grande morte prima della vita» (Orfeo. Euridice. Hermes);
- Blanchot: «Morire significa: sei già morto, in un passato immemoriale, di una morte che non fu tua, che non hai quindi né conosciuto né vissuto, ma sotto la cui minaccia credi di essere chiamato a vivere, attendendola ormai dall’avvenire, costruendo un avvenire per renderla infine possibile, come qualcosa che avrà avuto luogo e che apparterrà all’esperienza» (La scrittura del disastro);
- Celan, «L’indifferenziato come dimora della raggelata chiarezza del Nulla » (Das Nicht). 

L’ethos sembra riposare su questo fondamento «negativo» che potrebbe lasciarsi intendere come il luogo stesso del demone laceratore. Ethos demoniaco nel nostro ethos. È qui che deve dirigersi la «scienza della vita dell’uomo» (come Freud talvolta nomina la psicanalisi); qui che ha da giocarsi la follia come interrogazione intorno al sapere, alle nostre possibilità di sapere di noi stessi e del mondo?

Nella già citata lettera a Fliess del 25 maggio 1895, subito prima di trovare i termini che definiscono l’andatura della riflessione metapsicologica (più tardi della speculazione), Freud scrive: «Sono un uomo che non può vivere senza una mania, una passione dominante, senza un tiranno, per dirla con Schiller, e questo è diventato tale per me. Nel servirlo non conosco limiti». (Noto di passaggio che in Lutto e Melanconia, la mania ha il nome proprio di Freud(e), la gioia, il giubilo di un essere totalmente partecipe, senza barriere o limitazioni, ben distinta dalla felicità (Gluck) della scoperta e/o del possesso di qualcosa). 

Platone nel Fedro accostava la mania alla mantica: l’arte della divinazione come dono che viene da dio, e luogo di un sapere che «supera il senno che è proprio degli uomini» (224c). La mantica, l’arte della divinazione, dell’indovinare (il futuro) da segni o indizi. 

Ancora una volta Erraten. È interessante notare che il dizionario dei fratelli Grimm non repertoria il verbo, se non come espressione preferenziale di raten che significa: consigliare, suggerire, divinare… 

In Costruzioni nell’analisi, si legge che «L’analista deve scoprire (deve indovinare: Erraten), o per essere più esatti, costruire (konstruiren) il materiale dimenticato a partire dalle tracce che quest’ultimo ha lasciato dietro di sé». 

Non a caso, quindi, ma sulla base di qualcosa che somiglia a un’intuizione, secondo il dettato stesso del passaggio: ottenere qualcosa dall’azione del verbo raten, un (buon) consiglio, un (buon) suggerimento… dalle tracce del materiale. Una guida per la condotta, uno stile di ascolto.  

Indovinare. Presupporre e/o supporre, anche congetturare, senza il sostegno d’indizi, arrischiare una risposta su argomento che non si conosce, sperando che sia quella giusta. Intuire secondo una certa sensibilità, promossa dall’esperienza (di una pratica). 

Nel poscritto del caso di Dora si legge: «la traslazione (Übertragung) deve essere intuita (un’altra versione dell’Erraten) dal medico […] sulla base di piccoli indizi e guardandosi da giudizi arbitrari». 

Il transfert – la traduzione – deve essere indovinato in conformità a piccoli indizi, esigui punti di appoggio: là dove la lingua dell’altro si è trascritta e, sottraendosi, ha segnato una differenza, ha marcato una separazione. 

Potremmo dire forse che si tratta di un’altra istanza di demoniaca follia… 

Probabilmente, utilizzando quel verbo, Freud intendeva suggerire che decisiva non è la prova cruciale, ma proprio il suo venir meno, o la sua stessa impossibilità.

Celan, molti anni dopo, scriverà a proposito della ricerca poetica che le prove fiaccano la verità. E René Char, qualche anno prima di lui: a ogni cedimento delle prove, il poeta risponde con una salva di futuro…

Ciò che decide la validità di una costruzione analitica all’interno del dispositivo non sono l’assenso o il diniego – il sì e il no sono «polivalenti» (vieldeutig), ambigui, molteplici – ma un’azione da parte dell’analizzante, il suo entrare di nuovo in scena con una “interpretazione soggettiva”, lapsus, atto mancato, dimenticanza, sogno … tutte quelle figure in cui si attesta la follia del proprio sapere. 

Là, paziente e analista sono sulla stessa “nave dei folli”. Mi piace immaginarla pilotata dal dèmone che, lacerando, dà avvio, dà innesco a un processo significativo/interpretativo tanto imprevedibile quanto ineffabile; che ha assunto la figura sconsiderata di quel sapere apparentemente sconosciuto, che tuttavia ci è intimo come una risorsa propria – perché lo sappiamo nella forma, particolarissima e feconda, del non

Di questa risorsa potremmo forse valerci, incontrandola e mettendola alla prova, lungo la strada indicata dal più famoso e frainteso dei motti freudiani: 

Wo Es war, soll Ich werden

Nella versione di Lacan: «Là dove s’era è mio dovere che io venga a essere». Come a dire: là devo capitare, accadere, quasi per caso, ma al tempo stesso obbedendo a un imperativo, a un mandato. Vorrei sottolineare la dialettica tra necessità e contingenza, perché divenga possibile (werden) che io avvenga là dove c’era (war) qualcosa (di me), ed era in attesa (forse doveva esserlo), prima che sia troppo tardi, che scompaia o si ritragga definitivamente… 

Esile traccia della mia vita, orma della mia storia nel bosco fitto della vita che, come un Pollicino sbadato, ho lasciato disseminando sassolini irriconoscibili che però, se li indovino, possono ricondirmi a casa. Farmi tornare là dove non sono mai stato, come se fosse una vera dimora… nell’ethos che mi sarebbe proprio.

Chiudo con una traduzione del motto: Wo Es war, soll Ich werden

Là dove (Wo), senza saperlo sono passato (Es war: il pronome neutro mette enfasi sull’azione del verbo), là ero atteso ed è necessario che io ci capiti (Ich werden). 

Non sono un pazzo? Un folle? Un po’ grullo come si dice qui a Firenze? Sì, ma lo sono solo perché così può esserci mondo per me, ne posso fare esperienza, nominarlo con le mie parole… 

Grazie.


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  • IL PADRE DOV’ERA. Le omosessualità nella psicanalisi

    In un’epoca in cui demagogie e opinioni sommarie rischiano di semplificare ricorrendo a facili formule (matrimoni gay, adozioni, omogenitorialità), questo libro di Giancarlo Ricci sorge dall’intento di ripristinare un pensiero critico che, quanto meno, segnali la complessità delle problematiche affrontate. Il lettore verrà accompagnato nell’esplorazione di una sorta di mappa in cui ciascuna voce (una quarantina) presenta il duplice volto della semplicità e della complessità. "L’intento da cui sono partito è stato quello di provare a rimettere sui propri piedi il tema dell’omosessualità e dell’identità di genere, di situarli nel contesto dei nostri tempi e della nostra società. Ma soprattutto di disancorarli da una visione ideologica che risulta il modo più facile e semplificante di rappresentarli sulla scena sociale. Le “teorie del genere” e l’omosessualismo infatti vengono proposte come un discorso che fa appello all’egualitarismo, alla lotta contro la discriminazione e all’omofobia in nome di una particolare concezione della sessualità e della differenza tra i sessi. Questo lavoro tiene conto dei nodi essenziali della teoria e della clinica avanzati dalla comunità psicanalitica".
  • INDICE DI: L’ATTO LA STORIA

    Introduzione
    PRIMO TEMPO -
    L’atto di Benedetto XVI

    - Atto inaspettato
    - Un’altra laicità
    - Farsi zolla
    - Non scendo dalla croce
    - Elogio dell’impotenza
    - Spensierato relativismo
    - Il collaudatore
    - Termina il Novecento?
    - La tenuta dei ponti
    - Il crollo delle Torri
    - Ritorno a Babele
    - Un Altro Papa

    SECONDO TEMPO -
    L’arrivo di Francesco

    - Dalla fine del mondo
    - Teorema della povertà
    - Benedico in silenzio
    - Il posto degli ultimi
    - La stoffa e lo strappo

    Bibliografia
    (Ed. San Paolo, pp.94, € 9)

  • PSICOFARMACI E DINTORNI di Giancarlo Ricci

    Mai quanto oggi, mentre sta per uscire l’ultima versione del DSM, risulta attuale un libro di qualche anno fa. Ma partiamo da un’immagine. E’ un’immagine vista e rivista: un manipolo di marines pronti a intervenire. Sul manifesto, datato 1944, campeggia un nome: “Benzedrina”. Il sottotitolo: “Per uomini in combattimento: quando il gioco si fa duro…”. E’ risaputo che ai soldati venivano date massicce dosi di anfetamine. Non era noto che tale pratica fosse addirittura pubblicizzata. Dai fabbricanti di guerre passiamo ai fabbricanti di psicofarmaci. Se anche qui il “gioco si fa duro” è perché questo tipo di “fabbricazione” assume contorni sfumati, protetti o addirittura occultati. Ed è questo, in un certo senso, a risultare più inquietante rispetto ai nostri morituri soldati. Il volume PSYCHOFARMERS (Isbn Edizioni), scritto da Pietro Adamo (docente di Storia Moderna) e da Stefano Benzoni (neuropsichiatria infantile), fa luce su una zona scura, o meglio, oscurata. Nel ripercorrere, voce dopo voce, la storia sociale degli psicofarmaci negli ultimi cinquant’anni, dalle anfetamine ai barbiturici e dalle benzodiazepine alle più “sofisticate” classi degli attuali antidepressivi, vengono riprodotte decine di campagne pubblicitarie, depliant e manifesti, che scandiscono le tappe dell’immaginario medico e sociale in materia di disagio psichico. L’effetto è devastante: il concetto di “scientificità” vacilla sotto la pressione di profitti inimmaginabili, la parola “salute” sembra sfuggire, la “psicofarmacologia” non può che procedere a colpi di percentuali, cercando di scansare paradossi ed effetti imprevisti. L’abuso sociale degli psicofarmaci, la dipendenza psicologica, gli effetti collaterali, il concetto aleatorio di guarigione e molte altre implicazioni ci interrogano radicalmente, in questo mercato dove felicità e salute fanno tutt’uno, sul posto assegnato all’anima. Che questa sia stata ripetutamente venduta al diavolo, non c’è dubbio. Infatti alcune categorie sono state sostituite – affermano gli autori – “da nuovi sistemi di valori, sempre più simili a quelli con cui scegliamo e giudichiamo scarpe, orologi e automobili”. Ognuno si scelga lo psicofarmaco di suo gradimento. Almeno può avere l’illusione di esercitare una soggettività. Nell’attuale “cultura terapeutica”, come dimostra il sociologo Frank Furedi nel libro Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana (Feltrinelli), “gli individui non vengono curati, ma messi in stato di convalescenza”. Ovvero “la facilità con cui viene accettata la patologizzazione del comportamento umano indica che la medicalizzazione della vita è ormai un fatto compiuto”. Statistiche alla mano, l’autore esplora come sorgono e si diffondono, negli ultimi vent’anni, termini come “autostima”, “stress”, “trauma”, “sindrone”. Tutto diventa spiegabile e soprattutto giustificabile. Stretti tra due immaginari, la psicofarmacologia e lo psicologismo, troveremo l’audacia di chiedere che fine ha fatto l’anima? Non appena incominciamo a pensarci ci propinano un ansiolitico o ci somministrano un test. Forse hanno ragione, è una domanda da stressati.
  • LOGICA DELL’INVIDIA di Giancarlo Ricci

    SILVANO PETROSINO, Visione e desiderio. Sull’essenza dell’invidia, Jaca Book, 2010, (1992). Tra le varie  passioni umane esiste anche una passione oculare: l'invidia. Essa tocca, ferisce, offende, può gettare in una mortale abissalità. Nell'invidia, con il suo particolare atto percettivo, "non solo si riceve la luce e si vede il visibile, ma anche si soffre in questa visione, si fa esperienza del dolore nel vedere:  in essa si vede il reale come causa del proprio dolore". Nella prima parte del libro - che giunge oggi, dopo quasi due decenni, alla sua seconda edizione – Silvano Petrosino preleva materiali di riflessione dalla tradizione poetico-letteraria e filosofica. Egli riconsidera il personaggio di Molly nell'Ulisse di Joyce, di Gertrude nei Promessi sposi , la figura di Satana nel Paradiso perduto di Milton, il tema del giudizio e della passione nella Retorica aristotelica, quello della "necessità di imparare a vedere" in Nietzsche (Genealogia della morale ) e infine quello della "visione e della previsione" in Heidegger (Essere e tempo ). In queste pagine la connessione tra visione e desiderio non si arena nelle secche di una fenomenologia, ma dischiude un'originale via di riflessione che, tra l'altro, tiene conto del contributo psicanalitico di Jacques Lacan e di altri pensatori quali Lévinas, Starobinski, Bataille e altri. La seconda parte del libro è dedicata a un'elaborazione sul tema dell'invidia che ha il raro pregio di non cadere in alcun schematismo psicologistico. Penso sia una delle elaborazioni intorno alla struttura dell’invidia più preziose per la psicanalisi. La questione dell'invidia è posta agli antipodi della morale se è vero, come afferma Petrosino, che nell'invidia il soggetto "non ha mai deciso di desiderare" e che "la misura del desiderio è la dismisura". L'invidia sorge quando il soggetto avverte, nel paragone con il proprio simile, una dolorosa impotenza. Per via di sguardo accade l'incontro con lo stupore. Ma "quale stupore maggiore può sorprendere se non quello di fronte ad un vedere che vedendo ancora non invidia?". (Giancarlo Ricci)
  • IL GIURAMENTO, L’ATTO E LA PAROLA DATA di G. Ricci

    IL SACRAMENTO DEL LINGUAGGIO di Giorgio Agamben(Laterza, 2008). Che cosa è il giuramento, quale la sua origine e il suo scopo se esso mette in questione l'uomo stesso come soggetto politico? Questa archeologia del giuramento ritorna alle fonti greche e romane fino alle confutazioni dei linguisti, il libro esplora questa complessità attraversando culture, religioni, sistemi filosofici. L'uomo, scoprendosi parlante, decide di legarsi alla sua parola e di mettere in gico in essa la sua vita e il suo destino. Moltissimi sono i commenti che la psicanalisi può aggiungere. (Maria Vittoria Lodovichi).
  • COSA RESTA DEL PADRE di G. Ricci

    La questione del padre è il cuore stesso della nostra quotidiana contemporaneità. Lo dimostrano in modo esemplare alcune opere letterarie come Patrimonio di Philip Roth, La strada di Cormac Mc Carthy o il film “Gran Torino” di Clint Eastwood le cui strutture narrative, nella seconda parte del libro, vengono ripercorse in un’originale lettura. Da alcune stagioni del Novecento, in cui trionfa il nichilismo e la morte di Dio, fino ai nostri giorni in cui l’enfasi della fine del soggetto, della verità o della storia pongono sotto i nostri occhi gli effetti sociali devastanti dell’evaporazione del padre, Recalcati propone la via della testimonianza (Massimo Recalcati, Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina, 2012). E’ una terza via, distante tanto dalla nostalgia di un padre ormai socialmente dismesso, quanto dall’esaltazione di un godimento cinico e materialista che esalta la logica del tutto è permesso. Cosa resta dunque del padre? “La sua testimonianza particolare di come si possano tenere uniti Legge e desiderio”. E’ una testimonianza prossima alla donazione, racchiude la cifra di una possibile trasmissione del desiderio e s’impone come l’eredità più autentica. “Una generazione deve donare all’altra, insieme al senso del limite, la possibilità dell’avvenire, il desiderio come fede nell’avvenire”. E ancora: “Perché vi sia trasmissione sono necessari, insieme all’interdizione, dono, promessa, fede”. In assenza di questi termini proliferano le impasse della società: il culto narcisistico dell’io, l’indifferenza cinica, il trionfo dell’oggetto come unico valore possibile. Quel che resta del padre – conclude Recalcati – è custodia del mistero della vita e della morte, è la responsabilità dell’eredità e della trasmissione, è generatività del desiderio come nuda fede”. (Giancarlo Ricci)
  • IL CORPO COME TESTO di Giancarlo Ricci

    Straordinaria esplorazione del docente di diritto Francesco Migliorino (Bollati Boringhieri, 2008)che scandaglia la complessità della nozione di corpo a partire dal discorso giuridico. Il corpo è un testo: luogo di esistenza dei segni tracciati dalle tecniche e dalle pratiche del diritto. Segni, riti, inscrizioni, scritture che si sono depositati nel corso sei secoli sul corpo di ciascuno. Qui un tentativo di incominciare a decifreare. Per sapere come siamo stati fabbricati e perchè siamo. Note interessanti sull'infamia (concetto medioevale), sulla confessione e sulla secolarizzazione. Il capitolo finale "La bonifica umana" è relativa alla storia del manicomio criminale di Barcellona in Sicilia, sul quale Migliorino ha creato un video dal titolo "Aria". Appena un'allusione alla "nuda vita" dei folli. (G. Ricci).
  • HABEAS CORPUS di G. Ricci

    HABEAS CORPUS. SEI GENEALOGIE DEL CORPO OCCIDENTALE, di Federico Leoni. Prefazione di Carlo Sini (Bruno Mondadori, 2008). Il libro esplora sei ambiti relativi al corpo. Il primo capitolo L'ALTRA ANATOMIA esplora il gesto inagurale di Freud relativo a un'altra lettura dell'isteria. Scrive Leoni: "Non esiste affatto quella cosa che chiamiamo abitualmente il corpo umano... perchè esso è sempre la posta in gioco di una certa rete di scritture, la scommessa di un certo programma di sperimentazioni, il progetto di un certo sistema di scambi ecnomici". E ancora, in definitiva, "la voce della vita stessa, o della sua unica sacerdotessa contemporanea, la biologia, ha scalfito con relativa facilità le pretese veritative delle scienze umane". (G. Ricci).
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  • LA CLINICA DEL CORPO di G. Ricci

    Notevole libro dello psicanalista francese Paul Laurent Assoun (Franco Angeli, 2004). Ricerca essenziale che pone i caposaldi intorno a un'interrogazione sul corpo in psicanalisi. Tra i nodi considerati: il corpo e l'inconscio, il sintomo, l'evento isterico, il fantasma, il trauma, il godimento, le pulsioni, il narcisismo, l'Es. Un'altra lettura della psicosomatica e un altro modo per esplorare le connessioni tra lo psichico e il somatico.(G.Ricci).
  • LA CLINICA SECONDO DELEUZE

    “Far balbettare la lingua stessa, nel più profondo dello stile, è un procedimeto creativo che attraversa le grandi opere”. Il particolare ascolto che Gilles Deleuze dedica alla questione della lingua, è davvero singolare e talvolta sconcertante, in questo suo libro CRITICA E CLINICA (Raffaello Cortina). Nell’attraversare autori, personaggi e scrittori non solo del ‘900, la sua attenzione si sofferma nel cercare di cogliere la particolare lingua che muove personaggi e situazioni. “Quel che conta per un grande romanziere, Melville, Dostoevskij, Kafka o Musil, è che le cose restino enigmatiche e tuttavia non arbitrarie: insomma, una logica nuova, in tutto e per tutto una logica, ma che non riconduca alla ragione e che colga l’intimità della vita e della morte”. La scrittura nella modernità è un’avventura estrema, abitata da forze centrifughe, enigmatiche, ma “non arbitrarie”. E’ un’esperienza in cui lo scrittore cerca di fare tutt’uno con la propria lingua, anche se dilaniato dal rischio di perdere un equilibrio già precario, di “trascinare la lingua fuori dai solchi abituali e di farla delirare”. Tuttavia “quando il delirio ricade allo stato clinico , le parole non sboccano più su nulla, non si sente e non si vede più nulla attraverso di loro, tranne una notte che ha perso la sua storia, i suoi colori e i suoi canti. La letteratura è salute”. Critica e clinica : titolo del libro, ma anche accostamento inusuale, provocatorio e senza dubbio fecondo. Gilles Deleuze, nato nel 1925, è stato una delle figure più significative, anomale, antiaccademiche del panorama filosofico francese. Basti pensare al suo celebre Anti-Edipo che, scritto con Felix Guattari agli inizi degli anni ‘70, provocò infinite querelles nella Parigi in cui intellettuali come Barthes, Derrida, Foucault e Lacan vivevano la loro stagione più prolifica. Deleuze ha sempre prediletto allontanarsi dai sistemi di pensiero compiuti, vagabondare nelle periferie del sapere, soffermarsi su verità frammentarie e improbabili. Questo libro può considerarsi il suo testamento letterario e filosofico. Scritto due anni prima del suicidio (come Althusser verrebbe da osservare), raccoglie saggi brevi e lunghi che parlano di testi filosofici come se fossero romanzi e di testi letterari come se fossero scritti filosofici. L’effetto è sorprendente, anche per certi accostamenti inusuali. Qualche esempio: “Un precursore misconosciuto di Heidegger: Alfred Jarry”, “Quattro formule poetiche che potrebbero riassumere la filosofia kantiana”, “Nietzsche e san Paolo, Lawrence e Giovanni di Patmos”. Deleuze ama percorrere e ripercorrere quell’insieme di vie, di lingue e di stili, che s’incrociano, “ripassano per gli stessi posti, si avvicinano e si separano, ognuna apre una prospettiva su altre”. Scruta, osserva e si abbandona a visioni. Ma mette in guardia: “Queste visioni, questi ascolti, non sono una faccenda privata, ma formano le figure di una Storia e di una Geografia continuamente reinventate. E’ il delirio che le inventa, come processo che trascina la parola da un capo all’altro dell’universo. Sono eventi alla frontiera del linguaggio”. Curioso gesto quello di Deleuze: arrampicarsi sulla torre di Babele e conoscere i segreti della sua architettura vale per lui a sondarne la fragilità. Quasi aspettasse o addirittura auspicasse il crollo imminente. Per lui la vera scrittura incomincia da questa rovina, da questa caduta. Ciò è evidente quando parla di scrittori come Wolfson, Roussel o Brisset, autori che hanno fatto balbettare, sussultare, vacillare lingue, sintassi e stili. E’ meno evidente invece quando per esempio parla dell’impresa filosofica: “Quando la lingua sprofonda girando nella lingua, la lingua compie finalmente la sua missione, il Segno mostra la Cosa ed effettua l’ennesima potenza del linguaggio perché <> (Heidegger)”. La carrellata che Deleuze propone è vertiginosa: il piccolo Hans di Freud, Bertleby lo scrivano di Melville, i paradossi di Masoch, le rigorose fantasticherie di Lewis Caroll. E ancora Nietzsche, Beckett, Lawrence, Spinoza, Musil e tanti altri. Alcuni di questi sono autori che “inventano un uso minore della lingua maggiore in cui si esprimono interamente : rendono minore questa lingua [...]. Risultano grandi a forza di minorazioni: fanno fuggire la lingua, non smettono di gettarla nello squilibrio, di farla biforcare e variare in ciascuno dei suoi termini, secondo un’incessante modulazione”. La tesi è che “un grande scrittore è sempre come uno straniero nella lingua in cui si esprime, anche se è la sua lingua nativa”. Insomma, se “il romanziere ha l’occhio del profeta” è perché “si può progredire solo se ci s’inoltra in regioni lontane dall’equilibrio”, come talvolta accade, suggerisce Deleuze, nell’ambito dell’invenzione scientifica. Ecco perché il gesto di questo originale pensatore è distante da ogni forma di nichilismo, nonostante lo sperimento che persegue sia quello di “mettere la lingua in uno stato di boom, vicino al crack “. Occorre conoscere palmo a palmo l’inferno della torre di Babele, riuscire ad ascoltare lingue impercettibili, saper guardare in volto, nel romanzo della modernità, “quei personaggi che si reggono nel nulla, sopravvivono solo nel vuoto, conservano fino alla fine il loro mistero sfidando logica e psicologia”. In un’epoca in cui siamo sommersi dall’incessante rumore di fondo di linguaggi e immagini, abbiamo dimenticato che “è attraverso le parole, in mezzo alle parole, che si vede e si sente”. (Giancarlo Ricci)
  • SE BENEDETTO APRE IL MONDO AL NUOVO SECOLO di Roberto Mussapi (L’Avvenire – 19.10.13)

    Le dimissioni di Papa Benedetto, l’elezione del nuovo pontefice, Francesco, oltre alla straordinaria importanza intrinseca rappresentano un segno potente di scossa e potenziale rigenerazione nel mondo non solo cristiano. Un libro sviluppa questo tema con grande originalità e profondità, “L’atto la storia. Benedetto XVI, Papa Francesco e la fine del Novecento” di Giancarlo Ricci (Edizioni San Paolo, pp. 94, euro 9). Ricci è uno psicanalista “laico”, cioè non dogmatico, il suo metodo di indagine sul mondo è inscindibile dalla prospettiva filosofica, antropologica; il mondo della religione, del mito, della poesia sono presenze forti, generanti, non accidentali nel suo percorso. Ha pubblicato anni fa un libro interessante in senso anche letterario, “Le città di Freud” (Jaca Book), poi saggi di interesse più strettamente psicanalitico. Ora scrive una delle più libere e acute riflessioni che io abbia letto di recente sul senso del sacro, della vita e della loro necessaria resistenza nel nostro mondo occidentale cristiano. Occidentale e cristiano a parole, anticipando l’esito del saggio, essendo stati erosi i valori etici fondanti dell’Occidente e del Cristianesimo. Da sempre sostengo la dannosità della lettura rigidamente psicanalitica del mondo, delle letteratura e dell’arte, ma la mia critica riguarda il fondamentalismo, il dogmatismo di tanta, troppa cultura psicanalitica, imperversante per decenni. Quando gli strumenti psicanalitici interagiscono con altri, come ad esempio in Starobinski, allora è tutta un’altra storia. Come in questo caso, dove il titolo non mente: si parla di un atto che segna e modifica la storia, le dimissioni di papa Benedetto XVI. E il sottotitolo sintetizza un’epopea in due nomi e un concetto: il nome del papa che si ritira, quello del nuovo pontefice che giunge “dalla fine del mondo”, e la conseguente fine del Novecento, secolo del dominio relativistico, della desacralizzazione, di conseguenza dell’angoscia. Libro denso e fascinoso, ricco e quindi difficile da sintetizzare. Proviamo a riassumerlo, al volo, rapiti dalla felicità delle immagini, dalla lucidità adamantina dello stile, dalla mercurialità wildiana delle intuizioni. Soprattutto dall’eticità da cui nasce questa difesa dell’Homo religiosus, qui e ora. Le dimissioni: Ricci vive come un’offesa l’attribuzione di queste a pure ragioni personali, stanchezza e salute, pur riconoscendo che possono concorrere. Ma la loro essenza è quella di un atto capitale, coraggioso, esemplare: la rinuncia al potere, l’umiliazione del proprio io di fronte alla comunità dei viventi. Dimettendosi Benedetto si umilia, si manifesta servitore eroico della fede. In un mondo che razionalisticamente irride ogni manifestazione del sacro e si genuflette al profitto, il Papa mette in opera la potenza dell’Atto. Svuota il vuoto, crea una rottura, uno spazio: Francesco, presentandosi, afferma di venire da lontano, “dalla fine del mondo”. Ma da una terra oltreoceano, sottolinea Ricci, terra di esilio, battuta da venti, estrema. Sì, viene dalla fine del mondo e nella benedizione inizia a parlare nella sua lingua argentina, il gesto più naturale, viscerale, intimo: sa che questa benedizione non è spiegabile, sarebbe comunque incomprensibile al vaglio del razionalista. Il mondo, scrive Ricci, non sarà più lo stesso: con metafore da narratore di razza: il “Crollo” (Babele, il muro di Berlino, le Twin Towers) il “Collaudatore” (che valuta la struttura e la tenuta dell’edificio, non gli ornamenti, e se necessario lo fa evacuare), il “Farsi zolla”, il “Non scendere dalla croce”: una vena lucidamente visionaria anima questo breve e compiuto libro scritto da un laico in difesa del sacro e dell’anima, e in onore di due grandi figure della cristianità.
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