Intervento di Davide Bersan
sul tema del cambiamento nel lavoro analitico.

Alcune riflessioni su un altro modo
di elaborare la questione della guarigione.

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Voglio proporre alcune riflessioni sul tema del cambiamento nel lavoro psicanalitico, ovvero sulla trasformazione del sintomo. Non essendo un analista la mia sarà una riflessione dalla parte dell’analizzante (secondo l’etimo lacaniano). Quando si parla di sintomo in senso psicanalitico ci si riferisce ad  una realtà complessa che fa soffrire ma che è tuttavia intessuta dalle fibre più intime della nostra umanità, di noi stessi si può dire, del sintomo; vorremmo liberarcene ma ne siamo anche assolutamente legati, lo odiamo e lo amiamo, è la nostra croce e la nostra delizia, fonte di dolore e fonte di godimento.

 

C’è una dimensione del sintomo da cui senz’altro    desideriamo uscire: da quella che ci fa essere gravati  da una sofferenza inutile e senza senso che  costituisce ostacolo al proprio sentirsi integrati con  se stessi, che in definitiva ci divide da noi stessi  facendoci vivere soggettivamente alienati e coartati  da fattori che prescindono da noi. Il cambiamento  del sintomo in analisi è possibile e avanza quasi

impercettibilmente se ci si lavora attorno, come fa il contadino quando dissoda il terreno incolto, senza fare del cambiamento in se stesso il proprio obiettivo primario. E’ chiaro che il compito dell’analista è anche quello di saper leggere e interpretare il sintomo attraverso il linguaggio che vi si esprime, la sua intelligenza nascosta e le istanze di giustizia a cui nella sua logica risponde. 

  A tal proposito ci viene in aiuto il riferimento ad un famoso testo biblico, e cioè al sogno che fece il re Salomone a Gabaon:

“In Gabaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte e gli disse: – Chiedimi ciò che io devo concederti – Salomone disse – …ebbene io sono un ragazzo, non so come regolarmi… concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male… – Al Signore piacque che Salomone avesse domandato la saggezza per governare. Dio gli disse: – Perché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te ne una lunga vita, né la ricchezza, né la morte dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento per ascoltare le cause, ecco faccio come tu hai detto. Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente: come te non ci fu alcuno prima di te né sorgerà dopo di te. Ti concedo anche quanto non hai domandato, cioè ricchezza e gloria come nessun re ebbe mai.” (1 Sam. 3,4-15).

Come dire che l’uno (“quanto non hai domandato”) può solo essere effetto, emanazione, conseguenza dell’altro (“il discernimento”) ma non viceversa, ed è cosa marginale rispetto al primo che ne oscura e relativizza la valenza e la portata. Fatte le dovute proporzioni e trasposizioni, il cambiamento nella logica dell’analisi è un bene da ricercare ma non direttamente e come primo obiettivo, semmai come l’effetto collaterale di un lavoro più ampio ed esteso su di sé. Anche perché non è mai così facile oggettivarlo e patisce sempre il confronto con un cambiamento “ideale” che si vorrebbe raggiungere, ovvero in base ad aspettative che quasi mai sono veritiere,  rispettose della nostra realtà e dei percorsi dell’inconscio.

 

Così avviene che sì, si cambia ma non come vorremmo e mai fino al punto in cui avremmo desiderato. Il cambiamento lascia comunque dei punti irrisolti che fanno ancora da sintomo di qualche cosa che sta lì e sembra non cambiare. E si potrebbe dire: sì, sono cambiato ma non come avrei pensato. Certamente avvicinarsi al nucleo più incandescente del proprio fantasma e addirittura osare attraversarlo, non per sfidare gli dei ma perché inaspettatamente ci troviamo in mezzo all’attraversamento, dà certamente una maggiore libertà rispetto ai vincoli del fantasma stesso non più in grado di fagocitare i nostri sforzi per combatterlo o per assecondarlo.
Un ostacolo al cambiamento sono quei posizionamenti interni in cui abbiamo trovato vie di uscita sintomatiche e forme arcaiche di compensazione in cui ci si è fortemente identificati.  Si sente come una resistenza e una forte gelosia ad abbandonarle perché si è come persuasi che ci caratterizzino da sempre. Se si ha a che fare con una certa quota di godimento è più difficile abbandonarla, c’è una logica semplice e immediata che fa leva su dei retaggi istintivi e ancestrali che ci fa abbarbicare con tutto noi stessi a ciò che ci fornisce sicurezza e consolazione. Tuttavia, paradossalmente, è lo Freud a mettere in guardia da una logica che si esaurisce nel piacere sensibile poiché questa non è scevra dal rischio di accompagnarsi alla “pulsione di morte”.  Ciò può spingere, citando Freud, ad andare “al di là del principio del piacere” sapendo anche rinunciare quando occorra a qualcosa da cui si ricava un godimento fine a sé stesso.
Allora la scommessa per chi desidera il cambiamento è trovare una libertà interiore che consenta di guardare al di là dal recinto tracciato dalle proprie identificazioni sintomatiche provando a fare dei passi anche all’esterno.   Darsi la possibilità di muoversi attraverso, di andare fuori e di ritornare all’interno, di uscire di nuovo e magari di rimanerci, quel tanto che basta per capire che in uno spazio aperto ci si può stare bene, forse anche meglio.
Questo percorso di cambiamento, credo sarebbe meglio definirlo di trasformazione: nella parola cambiamento c’è qualcosa di atteso e di visibile in cui l’elemento più funzionale e appariscente tende a saltare agli occhi mascherando il processo sottostante in cui la soggettività è pienamente coinvolta. Si tratta di un processo invisibile e lento ma potenzialmente efficace e duraturo, pieno di effetti di verità e di frutti anche tardivi. La parola trasformazione inoltre è anche più rispettosa della natura protettiva e identificativa del sintomo che non è un tumore da estirpare ma sedimentazione di angosce, fatiche e sofferenze del nostro psichismo per assicurarsi la sua sopravvivenza. Ciò che è costato tanta fatica e dolore non potrà essere decostruito che assumendone positivamente i processi affinché trovi all’interno della propria economia uno sbocco più funzionale e salutare.
Da ultimo, il processo della trasformazione in analisi, secondo me è facilitato se viene trovato un aggancio anche ad un fondamento esterno all’io del soggetto che implica l’accettazione di una cornice condivisa. Si tratta di un ordine in cui situare la verità e la giustizia e in cui cercare e possibilmente trovare le proprie coordinate per “stare al mondo”, cioè abitare questo mondo e vivere anche eticamente bene, nel rispetto della propria coscienza.


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  • IL PADRE DOV’ERA. Le omosessualità nella psicanalisi

    In un’epoca in cui demagogie e opinioni sommarie rischiano di semplificare ricorrendo a facili formule (matrimoni gay, adozioni, omogenitorialità), questo libro di Giancarlo Ricci sorge dall’intento di ripristinare un pensiero critico che, quanto meno, segnali la complessità delle problematiche affrontate. Il lettore verrà accompagnato nell’esplorazione di una sorta di mappa in cui ciascuna voce (una quarantina) presenta il duplice volto della semplicità e della complessità. "L’intento da cui sono partito è stato quello di provare a rimettere sui propri piedi il tema dell’omosessualità e dell’identità di genere, di situarli nel contesto dei nostri tempi e della nostra società. Ma soprattutto di disancorarli da una visione ideologica che risulta il modo più facile e semplificante di rappresentarli sulla scena sociale. Le “teorie del genere” e l’omosessualismo infatti vengono proposte come un discorso che fa appello all’egualitarismo, alla lotta contro la discriminazione e all’omofobia in nome di una particolare concezione della sessualità e della differenza tra i sessi. Questo lavoro tiene conto dei nodi essenziali della teoria e della clinica avanzati dalla comunità psicanalitica".
  • INDICE DI: L’ATTO LA STORIA

    Introduzione
    PRIMO TEMPO -
    L’atto di Benedetto XVI

    - Atto inaspettato
    - Un’altra laicità
    - Farsi zolla
    - Non scendo dalla croce
    - Elogio dell’impotenza
    - Spensierato relativismo
    - Il collaudatore
    - Termina il Novecento?
    - La tenuta dei ponti
    - Il crollo delle Torri
    - Ritorno a Babele
    - Un Altro Papa

    SECONDO TEMPO -
    L’arrivo di Francesco

    - Dalla fine del mondo
    - Teorema della povertà
    - Benedico in silenzio
    - Il posto degli ultimi
    - La stoffa e lo strappo

    Bibliografia
    (Ed. San Paolo, pp.94, € 9)

  • PSICOFARMACI E DINTORNI di Giancarlo Ricci

    Mai quanto oggi, mentre sta per uscire l’ultima versione del DSM, risulta attuale un libro di qualche anno fa. Ma partiamo da un’immagine. E’ un’immagine vista e rivista: un manipolo di marines pronti a intervenire. Sul manifesto, datato 1944, campeggia un nome: “Benzedrina”. Il sottotitolo: “Per uomini in combattimento: quando il gioco si fa duro…”. E’ risaputo che ai soldati venivano date massicce dosi di anfetamine. Non era noto che tale pratica fosse addirittura pubblicizzata. Dai fabbricanti di guerre passiamo ai fabbricanti di psicofarmaci. Se anche qui il “gioco si fa duro” è perché questo tipo di “fabbricazione” assume contorni sfumati, protetti o addirittura occultati. Ed è questo, in un certo senso, a risultare più inquietante rispetto ai nostri morituri soldati. Il volume PSYCHOFARMERS (Isbn Edizioni), scritto da Pietro Adamo (docente di Storia Moderna) e da Stefano Benzoni (neuropsichiatria infantile), fa luce su una zona scura, o meglio, oscurata. Nel ripercorrere, voce dopo voce, la storia sociale degli psicofarmaci negli ultimi cinquant’anni, dalle anfetamine ai barbiturici e dalle benzodiazepine alle più “sofisticate” classi degli attuali antidepressivi, vengono riprodotte decine di campagne pubblicitarie, depliant e manifesti, che scandiscono le tappe dell’immaginario medico e sociale in materia di disagio psichico. L’effetto è devastante: il concetto di “scientificità” vacilla sotto la pressione di profitti inimmaginabili, la parola “salute” sembra sfuggire, la “psicofarmacologia” non può che procedere a colpi di percentuali, cercando di scansare paradossi ed effetti imprevisti. L’abuso sociale degli psicofarmaci, la dipendenza psicologica, gli effetti collaterali, il concetto aleatorio di guarigione e molte altre implicazioni ci interrogano radicalmente, in questo mercato dove felicità e salute fanno tutt’uno, sul posto assegnato all’anima. Che questa sia stata ripetutamente venduta al diavolo, non c’è dubbio. Infatti alcune categorie sono state sostituite – affermano gli autori – “da nuovi sistemi di valori, sempre più simili a quelli con cui scegliamo e giudichiamo scarpe, orologi e automobili”. Ognuno si scelga lo psicofarmaco di suo gradimento. Almeno può avere l’illusione di esercitare una soggettività. Nell’attuale “cultura terapeutica”, come dimostra il sociologo Frank Furedi nel libro Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana (Feltrinelli), “gli individui non vengono curati, ma messi in stato di convalescenza”. Ovvero “la facilità con cui viene accettata la patologizzazione del comportamento umano indica che la medicalizzazione della vita è ormai un fatto compiuto”. Statistiche alla mano, l’autore esplora come sorgono e si diffondono, negli ultimi vent’anni, termini come “autostima”, “stress”, “trauma”, “sindrone”. Tutto diventa spiegabile e soprattutto giustificabile. Stretti tra due immaginari, la psicofarmacologia e lo psicologismo, troveremo l’audacia di chiedere che fine ha fatto l’anima? Non appena incominciamo a pensarci ci propinano un ansiolitico o ci somministrano un test. Forse hanno ragione, è una domanda da stressati.
  • LOGICA DELL’INVIDIA di Giancarlo Ricci

    SILVANO PETROSINO, Visione e desiderio. Sull’essenza dell’invidia, Jaca Book, 2010, (1992). Tra le varie  passioni umane esiste anche una passione oculare: l'invidia. Essa tocca, ferisce, offende, può gettare in una mortale abissalità. Nell'invidia, con il suo particolare atto percettivo, "non solo si riceve la luce e si vede il visibile, ma anche si soffre in questa visione, si fa esperienza del dolore nel vedere:  in essa si vede il reale come causa del proprio dolore". Nella prima parte del libro - che giunge oggi, dopo quasi due decenni, alla sua seconda edizione – Silvano Petrosino preleva materiali di riflessione dalla tradizione poetico-letteraria e filosofica. Egli riconsidera il personaggio di Molly nell'Ulisse di Joyce, di Gertrude nei Promessi sposi , la figura di Satana nel Paradiso perduto di Milton, il tema del giudizio e della passione nella Retorica aristotelica, quello della "necessità di imparare a vedere" in Nietzsche (Genealogia della morale ) e infine quello della "visione e della previsione" in Heidegger (Essere e tempo ). In queste pagine la connessione tra visione e desiderio non si arena nelle secche di una fenomenologia, ma dischiude un'originale via di riflessione che, tra l'altro, tiene conto del contributo psicanalitico di Jacques Lacan e di altri pensatori quali Lévinas, Starobinski, Bataille e altri. La seconda parte del libro è dedicata a un'elaborazione sul tema dell'invidia che ha il raro pregio di non cadere in alcun schematismo psicologistico. Penso sia una delle elaborazioni intorno alla struttura dell’invidia più preziose per la psicanalisi. La questione dell'invidia è posta agli antipodi della morale se è vero, come afferma Petrosino, che nell'invidia il soggetto "non ha mai deciso di desiderare" e che "la misura del desiderio è la dismisura". L'invidia sorge quando il soggetto avverte, nel paragone con il proprio simile, una dolorosa impotenza. Per via di sguardo accade l'incontro con lo stupore. Ma "quale stupore maggiore può sorprendere se non quello di fronte ad un vedere che vedendo ancora non invidia?". (Giancarlo Ricci)
  • IL GIURAMENTO, L’ATTO E LA PAROLA DATA di G. Ricci

    IL SACRAMENTO DEL LINGUAGGIO di Giorgio Agamben(Laterza, 2008). Che cosa è il giuramento, quale la sua origine e il suo scopo se esso mette in questione l'uomo stesso come soggetto politico? Questa archeologia del giuramento ritorna alle fonti greche e romane fino alle confutazioni dei linguisti, il libro esplora questa complessità attraversando culture, religioni, sistemi filosofici. L'uomo, scoprendosi parlante, decide di legarsi alla sua parola e di mettere in gico in essa la sua vita e il suo destino. Moltissimi sono i commenti che la psicanalisi può aggiungere. (Maria Vittoria Lodovichi).
  • COSA RESTA DEL PADRE di G. Ricci

    La questione del padre è il cuore stesso della nostra quotidiana contemporaneità. Lo dimostrano in modo esemplare alcune opere letterarie come Patrimonio di Philip Roth, La strada di Cormac Mc Carthy o il film “Gran Torino” di Clint Eastwood le cui strutture narrative, nella seconda parte del libro, vengono ripercorse in un’originale lettura. Da alcune stagioni del Novecento, in cui trionfa il nichilismo e la morte di Dio, fino ai nostri giorni in cui l’enfasi della fine del soggetto, della verità o della storia pongono sotto i nostri occhi gli effetti sociali devastanti dell’evaporazione del padre, Recalcati propone la via della testimonianza (Massimo Recalcati, Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina, 2012). E’ una terza via, distante tanto dalla nostalgia di un padre ormai socialmente dismesso, quanto dall’esaltazione di un godimento cinico e materialista che esalta la logica del tutto è permesso. Cosa resta dunque del padre? “La sua testimonianza particolare di come si possano tenere uniti Legge e desiderio”. E’ una testimonianza prossima alla donazione, racchiude la cifra di una possibile trasmissione del desiderio e s’impone come l’eredità più autentica. “Una generazione deve donare all’altra, insieme al senso del limite, la possibilità dell’avvenire, il desiderio come fede nell’avvenire”. E ancora: “Perché vi sia trasmissione sono necessari, insieme all’interdizione, dono, promessa, fede”. In assenza di questi termini proliferano le impasse della società: il culto narcisistico dell’io, l’indifferenza cinica, il trionfo dell’oggetto come unico valore possibile. Quel che resta del padre – conclude Recalcati – è custodia del mistero della vita e della morte, è la responsabilità dell’eredità e della trasmissione, è generatività del desiderio come nuda fede”. (Giancarlo Ricci)
  • IL CORPO COME TESTO di Giancarlo Ricci

    Straordinaria esplorazione del docente di diritto Francesco Migliorino (Bollati Boringhieri, 2008)che scandaglia la complessità della nozione di corpo a partire dal discorso giuridico. Il corpo è un testo: luogo di esistenza dei segni tracciati dalle tecniche e dalle pratiche del diritto. Segni, riti, inscrizioni, scritture che si sono depositati nel corso sei secoli sul corpo di ciascuno. Qui un tentativo di incominciare a decifreare. Per sapere come siamo stati fabbricati e perchè siamo. Note interessanti sull'infamia (concetto medioevale), sulla confessione e sulla secolarizzazione. Il capitolo finale "La bonifica umana" è relativa alla storia del manicomio criminale di Barcellona in Sicilia, sul quale Migliorino ha creato un video dal titolo "Aria". Appena un'allusione alla "nuda vita" dei folli. (G. Ricci).
  • HABEAS CORPUS di G. Ricci

    HABEAS CORPUS. SEI GENEALOGIE DEL CORPO OCCIDENTALE, di Federico Leoni. Prefazione di Carlo Sini (Bruno Mondadori, 2008). Il libro esplora sei ambiti relativi al corpo. Il primo capitolo L'ALTRA ANATOMIA esplora il gesto inagurale di Freud relativo a un'altra lettura dell'isteria. Scrive Leoni: "Non esiste affatto quella cosa che chiamiamo abitualmente il corpo umano... perchè esso è sempre la posta in gioco di una certa rete di scritture, la scommessa di un certo programma di sperimentazioni, il progetto di un certo sistema di scambi ecnomici". E ancora, in definitiva, "la voce della vita stessa, o della sua unica sacerdotessa contemporanea, la biologia, ha scalfito con relativa facilità le pretese veritative delle scienze umane". (G. Ricci).
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  • LA CLINICA DEL CORPO di G. Ricci

    Notevole libro dello psicanalista francese Paul Laurent Assoun (Franco Angeli, 2004). Ricerca essenziale che pone i caposaldi intorno a un'interrogazione sul corpo in psicanalisi. Tra i nodi considerati: il corpo e l'inconscio, il sintomo, l'evento isterico, il fantasma, il trauma, il godimento, le pulsioni, il narcisismo, l'Es. Un'altra lettura della psicosomatica e un altro modo per esplorare le connessioni tra lo psichico e il somatico.(G.Ricci).
  • LA CLINICA SECONDO DELEUZE

    “Far balbettare la lingua stessa, nel più profondo dello stile, è un procedimeto creativo che attraversa le grandi opere”. Il particolare ascolto che Gilles Deleuze dedica alla questione della lingua, è davvero singolare e talvolta sconcertante, in questo suo libro CRITICA E CLINICA (Raffaello Cortina). Nell’attraversare autori, personaggi e scrittori non solo del ‘900, la sua attenzione si sofferma nel cercare di cogliere la particolare lingua che muove personaggi e situazioni. “Quel che conta per un grande romanziere, Melville, Dostoevskij, Kafka o Musil, è che le cose restino enigmatiche e tuttavia non arbitrarie: insomma, una logica nuova, in tutto e per tutto una logica, ma che non riconduca alla ragione e che colga l’intimità della vita e della morte”. La scrittura nella modernità è un’avventura estrema, abitata da forze centrifughe, enigmatiche, ma “non arbitrarie”. E’ un’esperienza in cui lo scrittore cerca di fare tutt’uno con la propria lingua, anche se dilaniato dal rischio di perdere un equilibrio già precario, di “trascinare la lingua fuori dai solchi abituali e di farla delirare”. Tuttavia “quando il delirio ricade allo stato clinico , le parole non sboccano più su nulla, non si sente e non si vede più nulla attraverso di loro, tranne una notte che ha perso la sua storia, i suoi colori e i suoi canti. La letteratura è salute”. Critica e clinica : titolo del libro, ma anche accostamento inusuale, provocatorio e senza dubbio fecondo. Gilles Deleuze, nato nel 1925, è stato una delle figure più significative, anomale, antiaccademiche del panorama filosofico francese. Basti pensare al suo celebre Anti-Edipo che, scritto con Felix Guattari agli inizi degli anni ‘70, provocò infinite querelles nella Parigi in cui intellettuali come Barthes, Derrida, Foucault e Lacan vivevano la loro stagione più prolifica. Deleuze ha sempre prediletto allontanarsi dai sistemi di pensiero compiuti, vagabondare nelle periferie del sapere, soffermarsi su verità frammentarie e improbabili. Questo libro può considerarsi il suo testamento letterario e filosofico. Scritto due anni prima del suicidio (come Althusser verrebbe da osservare), raccoglie saggi brevi e lunghi che parlano di testi filosofici come se fossero romanzi e di testi letterari come se fossero scritti filosofici. L’effetto è sorprendente, anche per certi accostamenti inusuali. Qualche esempio: “Un precursore misconosciuto di Heidegger: Alfred Jarry”, “Quattro formule poetiche che potrebbero riassumere la filosofia kantiana”, “Nietzsche e san Paolo, Lawrence e Giovanni di Patmos”. Deleuze ama percorrere e ripercorrere quell’insieme di vie, di lingue e di stili, che s’incrociano, “ripassano per gli stessi posti, si avvicinano e si separano, ognuna apre una prospettiva su altre”. Scruta, osserva e si abbandona a visioni. Ma mette in guardia: “Queste visioni, questi ascolti, non sono una faccenda privata, ma formano le figure di una Storia e di una Geografia continuamente reinventate. E’ il delirio che le inventa, come processo che trascina la parola da un capo all’altro dell’universo. Sono eventi alla frontiera del linguaggio”. Curioso gesto quello di Deleuze: arrampicarsi sulla torre di Babele e conoscere i segreti della sua architettura vale per lui a sondarne la fragilità. Quasi aspettasse o addirittura auspicasse il crollo imminente. Per lui la vera scrittura incomincia da questa rovina, da questa caduta. Ciò è evidente quando parla di scrittori come Wolfson, Roussel o Brisset, autori che hanno fatto balbettare, sussultare, vacillare lingue, sintassi e stili. E’ meno evidente invece quando per esempio parla dell’impresa filosofica: “Quando la lingua sprofonda girando nella lingua, la lingua compie finalmente la sua missione, il Segno mostra la Cosa ed effettua l’ennesima potenza del linguaggio perché <> (Heidegger)”. La carrellata che Deleuze propone è vertiginosa: il piccolo Hans di Freud, Bertleby lo scrivano di Melville, i paradossi di Masoch, le rigorose fantasticherie di Lewis Caroll. E ancora Nietzsche, Beckett, Lawrence, Spinoza, Musil e tanti altri. Alcuni di questi sono autori che “inventano un uso minore della lingua maggiore in cui si esprimono interamente : rendono minore questa lingua [...]. Risultano grandi a forza di minorazioni: fanno fuggire la lingua, non smettono di gettarla nello squilibrio, di farla biforcare e variare in ciascuno dei suoi termini, secondo un’incessante modulazione”. La tesi è che “un grande scrittore è sempre come uno straniero nella lingua in cui si esprime, anche se è la sua lingua nativa”. Insomma, se “il romanziere ha l’occhio del profeta” è perché “si può progredire solo se ci s’inoltra in regioni lontane dall’equilibrio”, come talvolta accade, suggerisce Deleuze, nell’ambito dell’invenzione scientifica. Ecco perché il gesto di questo originale pensatore è distante da ogni forma di nichilismo, nonostante lo sperimento che persegue sia quello di “mettere la lingua in uno stato di boom, vicino al crack “. Occorre conoscere palmo a palmo l’inferno della torre di Babele, riuscire ad ascoltare lingue impercettibili, saper guardare in volto, nel romanzo della modernità, “quei personaggi che si reggono nel nulla, sopravvivono solo nel vuoto, conservano fino alla fine il loro mistero sfidando logica e psicologia”. In un’epoca in cui siamo sommersi dall’incessante rumore di fondo di linguaggi e immagini, abbiamo dimenticato che “è attraverso le parole, in mezzo alle parole, che si vede e si sente”. (Giancarlo Ricci)
  • SE BENEDETTO APRE IL MONDO AL NUOVO SECOLO di Roberto Mussapi (L’Avvenire – 19.10.13)

    Le dimissioni di Papa Benedetto, l’elezione del nuovo pontefice, Francesco, oltre alla straordinaria importanza intrinseca rappresentano un segno potente di scossa e potenziale rigenerazione nel mondo non solo cristiano. Un libro sviluppa questo tema con grande originalità e profondità, “L’atto la storia. Benedetto XVI, Papa Francesco e la fine del Novecento” di Giancarlo Ricci (Edizioni San Paolo, pp. 94, euro 9). Ricci è uno psicanalista “laico”, cioè non dogmatico, il suo metodo di indagine sul mondo è inscindibile dalla prospettiva filosofica, antropologica; il mondo della religione, del mito, della poesia sono presenze forti, generanti, non accidentali nel suo percorso. Ha pubblicato anni fa un libro interessante in senso anche letterario, “Le città di Freud” (Jaca Book), poi saggi di interesse più strettamente psicanalitico. Ora scrive una delle più libere e acute riflessioni che io abbia letto di recente sul senso del sacro, della vita e della loro necessaria resistenza nel nostro mondo occidentale cristiano. Occidentale e cristiano a parole, anticipando l’esito del saggio, essendo stati erosi i valori etici fondanti dell’Occidente e del Cristianesimo. Da sempre sostengo la dannosità della lettura rigidamente psicanalitica del mondo, delle letteratura e dell’arte, ma la mia critica riguarda il fondamentalismo, il dogmatismo di tanta, troppa cultura psicanalitica, imperversante per decenni. Quando gli strumenti psicanalitici interagiscono con altri, come ad esempio in Starobinski, allora è tutta un’altra storia. Come in questo caso, dove il titolo non mente: si parla di un atto che segna e modifica la storia, le dimissioni di papa Benedetto XVI. E il sottotitolo sintetizza un’epopea in due nomi e un concetto: il nome del papa che si ritira, quello del nuovo pontefice che giunge “dalla fine del mondo”, e la conseguente fine del Novecento, secolo del dominio relativistico, della desacralizzazione, di conseguenza dell’angoscia. Libro denso e fascinoso, ricco e quindi difficile da sintetizzare. Proviamo a riassumerlo, al volo, rapiti dalla felicità delle immagini, dalla lucidità adamantina dello stile, dalla mercurialità wildiana delle intuizioni. Soprattutto dall’eticità da cui nasce questa difesa dell’Homo religiosus, qui e ora. Le dimissioni: Ricci vive come un’offesa l’attribuzione di queste a pure ragioni personali, stanchezza e salute, pur riconoscendo che possono concorrere. Ma la loro essenza è quella di un atto capitale, coraggioso, esemplare: la rinuncia al potere, l’umiliazione del proprio io di fronte alla comunità dei viventi. Dimettendosi Benedetto si umilia, si manifesta servitore eroico della fede. In un mondo che razionalisticamente irride ogni manifestazione del sacro e si genuflette al profitto, il Papa mette in opera la potenza dell’Atto. Svuota il vuoto, crea una rottura, uno spazio: Francesco, presentandosi, afferma di venire da lontano, “dalla fine del mondo”. Ma da una terra oltreoceano, sottolinea Ricci, terra di esilio, battuta da venti, estrema. Sì, viene dalla fine del mondo e nella benedizione inizia a parlare nella sua lingua argentina, il gesto più naturale, viscerale, intimo: sa che questa benedizione non è spiegabile, sarebbe comunque incomprensibile al vaglio del razionalista. Il mondo, scrive Ricci, non sarà più lo stesso: con metafore da narratore di razza: il “Crollo” (Babele, il muro di Berlino, le Twin Towers) il “Collaudatore” (che valuta la struttura e la tenuta dell’edificio, non gli ornamenti, e se necessario lo fa evacuare), il “Farsi zolla”, il “Non scendere dalla croce”: una vena lucidamente visionaria anima questo breve e compiuto libro scritto da un laico in difesa del sacro e dell’anima, e in onore di due grandi figure della cristianità.
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