Pubblichiamo il testo di Maria Vittoria Lodovichi, 

esposto in occasione della Giornata di Studio

  DIRE…FARE…EDUCARE’ Pratiche di cura nella disabilità intellettiva
(Milano, 16.12.17)

organizzata dalla Rete Nazionale di Disabilità Psichica


FRAMMENTI DI ABILITA‘ di Maria Vittoria Lodovichi

I disabili lottano non per diventare normali ma per essere se stessi (Giuseppe Pontiggia)

Nel 1973 Maud Mannoni scrive Education impossible, riportando le famose parole di Freud, cioè che sia impossibile l’educare, insegnare e governare; a queste possiamo aggiungere, incontrando la stessa impotenza, sia il Dire che il Fare, che reperiamo nel titolo del tema di oggi rivolto alla pratica di lavoro e ascolto nella disabilità intellettiva.

Questo incontro, queste ricerche che alcuni di noi portano al pubblico sono il frutto di un lavoro di ricerca che il collettivo della Rete Nazionale Disabilità Intellettiva ha portato avanti in questa decina di anni di incontri. Si è esperito che lavorare invece per fare esplodere, reinventando di continuo i ruoli pratici e teorici, lasciando alla esperienza la possibilità di esprimersi, può essere e diventare una scommessa con noi stessi e il nostro lavoro.

 L’educatore, lo psicologo, l’operatore potrebbe essere capace di diventare il portatore di un desiderio o interesse che lo animi, prima per sé medesimo, poi, per condividerlo, in una parte specifica, quella che può sostenere, con l’altro?

 Il “desiderio” messo in atto in una pratica del collega Edgar Contesini, rivolto al teatro e alla poesia, lo abbiamo letto nei suoi scritti sull’argomento, potrebbe divenire lo spunto per un metodo di ascolto nel lavoro quotidiano, adattandosi a quei frammenti di parole e gesti spezzati che l’utente, come se parlasse all’orecchio di sé medesimo, a volte lasciasse andare come esca per vedere chi abbocca. Contesini descrive il valore di fare gesti di apertura in modo tale da avviare l’altro ad una possibile risposta nella quale trovare un po’ di restituzione. Il teatro nel quale qualcosa possa avvenire.

“Cosa fare, come fare” è stato il refrein della Rete Nazionale Disabilità Intellettiva che ha spinto molti di noi a cercare di teorizzare il nostro Fare, per coglierne una metodica. Utile infatti sarà la realizzazione, dopo questa giornata di studio, di formalizzare un “Manuale” nel quale un metodo, un modo di fare, possa essere descritto da chi lo esperisca. Il Dire della Persona disabile intellettiva è un atto al quale, spesso, non si aspetta un interlocutore, in quanto giunge come un Dire ripetitivo, spesso privo di senso; accompagnato da moti corporei. Come ascoltare questi frammenti di parole?

Nella poesia il frammento è ciò che lascia spazio ad altra possibile parola, a volte nel frammento, nella poetica del frammento, si reperiscono parole che da millenni aprono il nostro cuore, sollecitando il nostro intelletto.

Pensiamo ai versi, alla pulsione artistica che reperiamo nei frammenti di Mario Luzi per esempio nel suo saggio  Frammenti e totalità. Per il battesimo dei nostri frammenti (1995). Le difficoltà di lettura di questo ultimo lavoro di Luzi rappresentano una sorta di soglia iniziatica per trovare la prospettiva, la lunghezza d’onda, la dimensione di senso che il poeta inscrive nella pagina. Come di fronte a un quadro tridimensionale, soltanto la paziente educazione della vista permette di sfondare la barriera del colore, per mettere in moto un’inconsueta dinamica percettiva, che rompe la stasi della rappresentazione astratta e catapulta lungo orizzonti di significato il fruitore. Le difficoltà di lettura rappresentano una sorta di soglia iniziatica per trovare la prospettiva, la lunghezza d’onda, la dimensione di senso che il poeta inscrive nella pagina. Per il battesimo dei nostri frammenti è un  testo che inizialmente disorienta attraverso le “tre macroscopiche novità: la forma e il ritmo dei versi, la dinamica delle sequenze, gli emittenti del discorso”. La mimesi del reale è ormai indistinguibile dalla stessa creazione: il poeta aderisce totalmente alla “naturalezza” del suo canto. L’io biografico, le vicende storiche, i pensieri del soggetto, le riflessioni e le voci altrui, le epifanie della natura e della memoria: tutto si richiama in un congegno artistico assai complesso e fortemente strutturato, eppure aperto alla coscienza del lettore; una sorta di amalgama che anzi invoca la partecipazione del lettore, presentandosi come un gesto che risulterebbe altrimenti vanificato. Lo smarrimento iniziatico che provoca il gioco degli specchi, col loro incrociato rimando, per tentare di cogliere la “superinseguita gibigianna”, imita i frammenti del mondo che sembrano impazziti e non più sintetizzabili in un senso complessivo, ma attraverso le strategie interroga le aritmie vocali e linguistiche della poesia. Luzi raccoglie, per momentanee sedimentazioni di impressioni e di immagini, il soffio di una lingua capace ancora di nominare e il desiderio represso della materia all’unità, l’anelito umano alla pienezza. Possiamo dire che il “battesimo dei frammenti” del mondo è l’obiettivo che orienta il gesto creativo della poesia. In tal prospettiva relativa a una poetica del frammento pensiamo anche alle parole di Freud nel caso del piccolo Hans: “…il nostro piccolo ricercatore ha solo fatto precocemente l’esperienza che tutto il sapere è frammentario e che ogni gradino lascia dietro un resto insoluto”.

E’ possibile scrivere un frammento come un collage solo in parte costruito: nella descrizione di un paesaggio, nell’accostamento di sensazioni, creando anche una sinestesia (unendo una dopo l’altra o intrecciate fra oro sensazioni uditiva, visive, olfattivo e gustative non escludendo l’accostamento di sensazioni interiori determinate da quelle esteriori) non è escluso con maggiore abilità in modo quasi futuristico e pertanto in piena libertà l’asserzione di un pensiero, o collegata ad un disegno, oppure la sequenza pura di pensieri.

Il frammento consente due operazioni: la libertà di portarlo a compimento e quella più complessa di interpretarlo: apprendere per apprendere. Apprendere le tecniche. Un primo utilizzo del frammento nel quotidiano, che assume l’aspetto positivo della partecipazione, del completare secondo prospettive libere e il pregio di aiutare l’educatore, l’operatore, lo psicologo ad apprendere come e secondo quali modalità la Persona cui l’educatore si rivolge, costituisce un lavoro che si potrebbe inserire nel fare e nell’educare.

Può questa “scienza umana” della parola aiutare l’educatore, l’operatore, lo psicologo a fare, a dire, a insegnare? Non per caso, nella scelta del titolo di questa giornata abbiamo messo il punto interrogativo per ogni verbo. Chi lavora con la Persona disabile psichica sa che qualunque progetto dipende prima da sé stesso, dal suo desiderio più che dal desiderio della Persona disabile. A volte capita, in vece, che la Persona disabile porti una propria abilità, allora grande e soddisfacente diventa il lavoro di ascolto di un sapere.

Lavorando con le persone disabili la captazione del frammento in un disegno o con una parola, permette, insieme ad un momento di intesa reciproca, quello di un probabile incontro con una sua abilità. Anche lo stesso lavoro dell’assistenza al disabile psichico non può che adottare il proprio fare nella logica del frammento. Domande, spezzate, gesti inconsueti ripetuti. Testimonianza della cronicizzazione.

Fu con un’unica parola: canema (1), scritto, vicino ad una croce, che permise la costruzione di altre parole da lui coniate e dall’educatore ascoltate con sorpresa e interesse. Nel 2008 riportai questa esperienza, che emerse da un colloquio con Marc, ragazzo Down di 24 anni. Una Persona robusta, vestito in modo elegante, con i rayband, figlio di una madre affannata e direttiva verso il figlio e verso tutti gli altri. Marc era particolarmente aggressivo verso gli altri e, data la corporatura, incuteva timore alle altre Persone che frequentavano il diurno. Giunse al colloquio affannato doveva raccontarmi un sogno. Siamo seduti ad un tavolo sul quale vi sono fogli bianchi e matite. Mentre le parole vengono nominate le disegna con profonda partecipazione e sorprendente velocità. La croce è disegnata come un simbolo cristiano, una pietra che dice essere una tomba, vi sono anche dei cerchi, da una parte scrive in modo chiaro e ben leggibile canema. Chiedo che cosa significa quella parola che lui ha inventato. Gli dico che è una parola che nessuno conosce. Lui risponde: “E’ il sangue dell’incubo”. Marc avverte la mia sorpresa, indico la parola: Canema sul foglio, copro con la mano una parte della parola. Legge Cane, poi sposto la mano legge ema, da qui inizia a fare associazioni fino a anima di cane ed ancora.

Canema è l’incontro di una parola che permise a Marc di coniarne altre e di giocare con la sua composizione e scomposizione. Marc alcuni mesi dopo fu trasferito ad altro diurno, per comodità della madre. Quest’anno, dopo moti anni, ho avuto l’occasione di incontrarlo e, dopo il grande abbraccio lo guardo e lui dice: canema, la madre chiede: “cosa hai detto?” Marc non le risponde.

A volte è l’ascolto di una figura retorica (2) della poesia come la allitterazione del verso, nell’espressione “Fumammo fu bello” che permise a quella Persona di ricostruire sia il tempo del fumare come dimostrazione di adultità, sia come interruzione per il bene della salute. Il tratto significativo è che questo frammento poetico con allitterazione rimane come ricordo per quella persona. Certo possiamo dire che la Persona ripete tale verso, ma è vero anche che quel verso dice a lui qualcosa, più di altri a cui non è stata data condivisione.

Come Giovanni che ripete, ma solo il mercoledì: “Tu vedi chi l’ha visto” (riferendosi alla trasmissione televisiva), gli educatori hanno scoperto che lo dice perché sa che Aurora, la direttrice, anche lei vede quella trasmissione. Sapendo il senso del dire vi ci si può partecipare, sorridere per la ripetizione, che come tecnica nel motto di spirito, ci fa ridere ancora. Quella del disabile psichico è una dimensione che lo aliena da se stesso ancor prima che dagli altri e che richiede l’accettazione di quella che Freud definisce “ferita narcisistica”.

 In che cosa consiste la differenza tra normalità e anormalità se per certi versi sono simili, in che cosa consiste la differenza? Se la poniamo nei diversi gradi di efficienza, scrive Angelo Villa (Cfr. La mano nel cappello, Strinse, 2008), cadiamo in una ortopedia dei comportamenti che riducono l’handicap a “cosa” negando la domanda del soggetto.

Con l’intenzione dell’emancipazione dell’aiuto sulla sufficienza e sull’integrazione si intravede il rischio di ridurre il soggetto disabile a mero corpo, robotizzato. Con l’intenzione di chi adotta un atteggiamento critico si rischia di “annullare “la differenza. “L’altro è come te” può sembrare una domanda etica che soltanto una “scommessa” legata più al comprendere che al “guarire” può trovare una possibile via disposta a rimanere aperta.

Adottare una scelta, che desidera restituire al lavoro quotidiano dell’educatore con le persone con disabilità intellettiva, potrebbe sostenere il valore del fare? Anche di fronte all’atto che si ripete all’infinito, si può rintracciare un briciolo di senso, quello che fa agire tale dimostrazione?

E’ la sfida per cercare di costruire una “lingua di lavoro” fuori dal gergo psicologista, cognitivista, psichiatrico etc., in favore di una lingua per comprendere l’altro, ogni altro nel proprio gesto educativo, con la propria specificità formativa.

Come si costruisce l’esperienza del lavoro, come mettere in scena il quotidiano?

Che cosa chiediamo all’utente? E, come sopravviviamo alla stessità dei gesti, al mito del linguaggio creativo, come riusciamo a sostenere le ore di lavoro? Come fare buon uso degli atti dovuti e richiesti dai vari enti, come dare valore alla costruzione dei PAI, PEI.

Il gesto educativo, il gesto di cura. Trovare un modo nel quale collocare il valore di un accudimento. Questi gesti-ascolto-osservazione posso essere interrogati.

Il gesto di ascoltare le stesse domande, che livello di lettura possiamo dare? Una esperienza che cerco di raccontare-teorizzando per coglierne le coordinate che possono permettere offrire, se c’è chi ascolta, un minimo di senso.  Va sottolineato anche il tratto del dolore-angoscia che questo atto implica da ambo le parti.

Una esperienza che cerco di teorizzare.

Come si costruisce, con quali parole, a quale teoria si ispira la “mia-sua” esperienza, come riuscire a mettere in scena la quotidianità, per esempio, come la ragazza che sbava e a tutti i costi vuole abbracciare l’educatore. Quel disagio provato può esprimere senso di disgusto, di schifo, specialmente per chi non ha fatto un po’ di pratica ma, per altro verso, non è forse quello che autenticamente prova la persona sbavante? E, noi stessi, in noi stessi, dove reperiamo tale sensazione?

Questo è il quotidiano che può diventare esperienza, in quanto trasmette qualcosa che accade, valorizzare la testimonianza che possiamo dare, aprire il pensiero verso l’interno per dare una sorta di lettura inedita, costruita da quella unicità che ogni utente può o sa dare.

Come leggere le abilità di quella persona, con quale percezione sensoria si esprime, come osservo e mentalmente trascrivo l’atto della mia testimonianza.

La specificità di questo lavoro, mancando la forza propulsiva dell’altro, come noi ce lo aspetteremmo, fa venir meno la forza dell’impegno, viene avvertita una sorta di solitudine del fare, di un fare senza una risposta collocabile in quel formativo per cui l’educatore lavora.

Il dialogo morale verso coloro cui non è dato il diritto al rischio.

Il lavoro dell’educatore, include per sua natura un dialogo morale complesso in quanto l’”altro” non può risponder alla pari. L’”altro”, l’utente della comunità è parlato dal suo Altro, dal trauma, è parlato dai familiari, a volte dai medici…

Come lavorare insieme agli altri educatori, al responsabile, ai genitori; è compito difficile stare insieme tra diversi e condividere “sapere tecnico”, relazione, affettività, antipatia, nervosismo, rabbia, aggressività.

La gestione del quotidiano crea quella familiarità che ingenera gelosie invidie: proprio come in famiglia. Sentimenti autentici dispettosi che molte volte, invece, potrebbero risolvere con una battuta di spirito, con ironia, con coraggio, a volte, si trasformano un burn out.

Quel quotidiano, quel luogo, quegli spazi a volte si aprono, altre si chiudono. L’esperienza relazione, umorale di ogni giorno crea legame, abitudine per un verso e per l’altro anche certezza che poi, tuto passa, che poi ritorna l’affetto se di fronte a quel conflitto, o quel nodo, so, a mia volta, dare un senso?

DAVIDE

Davide arriva al laboratorio dalla residenza Anffas dove vive da quasi dieci anni. Non vuole stare con gli altri nella stanza di ergonomia, preferisce avere un posto, il suo posto, come un luogo privilegiato.

Davide è un uomo di 38 anni, è affetto da sindrome rara. La sindrome ha implicazioni sullo sviluppo somatico, con riflessi di ordine neurologico e psichico. Nell’anamnesi emergono fin dal periodo post partum difficoltà di crescita con diagnosi di cardiopatia a circa 4 mesi. Il bambino subì numerosi ricoveri ospedalieri per accertamenti e infezioni intercorrenti.

Ebbe anche un ritardo di sviluppo neuropsichico, con camminata iniziata a 5 anni e inizio della verbalizzazione verso i 3-4 anni. A 4 anni subì intervento cardiochirurgico. In tale occasione fu posta diagnosi di sindrome di Crouzon atipica con vizio congenito di cuore (difetto del setto interatriale e sbocco anomalo delle vene polmonari destre).

A circa due anni e mezzo la madre si separò dal padre e riprese le visite al bimbo dopo circa un anno, ma fu sempre il padre in modo preponderante ad occuparsi di lui. Fu sottoposto ad intense cure fisiatriche e psicologiche, che permisero un parziale recupero delle funzioni fisiche e psichiche e anche una scolarizzazione, seppure tardiva: conseguì la licenza di scuola media inferiore a diciannove anni.

All’età di circa 35 anni iniziarono crisi convulsive caratterizzate anche da aggressività auto ed eterodiretta. L’educatore si trova a dover gestire crisi epilettiche improvvise alcune brevi, altre, lunghe e con urlo.

La vita al diurno: autonomamente si reca al laboratorio, anche lì Davide rimane da solo, parla da solo e, quando si rivolge all’altro dice che vuole fare il “controllore.  Infatti domanda sempre se il borsello è come quello del controllore. L’educatore cerca di descrivere come sia il borsello, e conferma che in effetti sono simili. Altre volte la domanda da parte sua arriva con le lacrime agli occhi. “Ho perso il borsello”, rimane misterioso il fatto che invece sia lui ad averlo buttato.

Alcune volte, invece, l’aggressività esplode. Si è verificato alcune volte che la tensione arriva al massimo e Davide diventa una furia difficile da contenere, si morte il poso destro, esce il sangue, la carne si lacera sempre di più. L’educatore chiama il 118. L’ambulanza lo porta all’ospedale vicino, vengono dati sette punti e il ricovero in psichiatria. Vengono modificati i farmaci e Davide, dopo dieci giorni, ritorna fra noi.

Con l’educatore torna a parlare del Borsello, viene suggerito di scrivere questa parola ma lui scrive a modo suo, ma bel leggibile, Bordello. Non succede niente, soltanto quando l’educatore commenta: ci vuole il Borsello per andare al Bordello. L’educatore ci mette del suo, forse parla per sé medesimo, in effetti qualcosa si trasferisce da Davide all’Educatore e quindi dall’Educatore a Davide. Infatti Davide spesso domanda all’altro se si masturba e chiede infatti se, come lui, anche loro si masturbano, percependo che quella che pone è una domanda al limite, ma proprio per questo la pone. Così, la coniazione del motto da parte dell’educatore: “per andare al Bordello ci vuole il Borsello, quando l’effetto liberatorio giunge inaspettato prima all’educatore, risparmiando giri di parole e una parte di censura, ecco che scoppia a ridere e, anche Davide si unisce. Ora, ridono insieme in modo così travolgente da influenzare anche altri presenti.

Il riso contagia in un’euforia uditiva del riso altrui e, come scrive Freud, più si è più si ride. Ora, quando ripete Borsello, Davide vuole subito aggiungere Bordello.

Valorizzare l’operato dell’educatore può divenire un modo per imparare ad accogliere e a favorire quei frammenti di parole che giungono, tratte da pensieri che si confrontano, con memorie a noi oscure, con traumi non detti della persona con la quale si lavora.

Davide mostra di aver paura di mordersi. L’educatore decide di mettergli una fascia preventiva. Vedendo la fascia Davide si ricorda di non mordersi. Davide si sente più sicuro, guarda il braccio e domanda, perché mi mordo?  Cosa rispondere? L’educatore avverte un senso di impotenza.

Le domande interiori che l’educatore potrebbe porsi: “Ma io cosa farei al suo posto? Quanto può far soffrire una malattia rara, quanto può far soffrire una malattia neurologia con implicazioni psichiatriche, quando si osserva che la crisi epilettica lo coglie di sorpresa e senza pre-avviso?

Con gli altri educatori cerchiamo di saperne di più della sua rara patologia, siamo consapevoli che pur professionisti, una quota di quella sofferenza “ce la siamo presa”. Importante è aver deciso prima con se stessi, in quale misura, come soggetto posso sopportarne il peso, sapendo che dovremmo elaborarla, sublimarla, alleggerirla o trasformarla, tornando a leggere i versi, i frammenti del Poeta.

NOTE

(1) Cfr. Maria Vittoria Lodovichi, Il lavoro dell’inconscio nella disabilità psichica adulta, in Ombre e Luci, Strategie di cura per la disabilità psichica, a cura di Pier Giorgio Curti, Edizioni ETS, Pisa, 2008. Pagg.29-40

(2) Ella F. Sharp, L’analisi dei sogni, Editore Boringhieri, Torino1981.  In questo saggio la fantasia e il sogno obbediscono alle medesime leggi e si avvalgono di analoghi meccanismi di elaborazione dell’esperienza personale passata. La metonimia, la sineddoché, la metafora, l’onomatopeia, la similitudine sono mezzi espressivi che servono tanto al poeta quanto al sognatore. Scrisse di Lei Maud Khan – intuì in modo quasi magico che ogni linguaggio nasce dal corpo, ma si spinse oltre, arrivando a capire che il linguaggio elaborato dalla mante può trarre in inganno il corpo, così come il corpo può distorcere le acquisizioni e le capacità cognitive della mente.

BIBLIOGRAFIA

Jacques Lacan, Il sintomo, in La psicoanalisi, n.2, Astrolabio, Roma 1987, pag. 26.
Antonio Imbasciati, Che cosa impara il bambino?, pag.273-275. In: “Nascere le parole per dirlo” a cura di Marisa Casalini Farinet, Franco Angeli, Milano 2011.
Julia Kristeva, Le nuove malattie dell’anima, Borla Editore, Roma, 1998.


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  • IL PADRE DOV’ERA. Le omosessualità nella psicanalisi

    In un’epoca in cui demagogie e opinioni sommarie rischiano di semplificare ricorrendo a facili formule (matrimoni gay, adozioni, omogenitorialità), questo libro di Giancarlo Ricci sorge dall’intento di ripristinare un pensiero critico che, quanto meno, segnali la complessità delle problematiche affrontate. Il lettore verrà accompagnato nell’esplorazione di una sorta di mappa in cui ciascuna voce (una quarantina) presenta il duplice volto della semplicità e della complessità. "L’intento da cui sono partito è stato quello di provare a rimettere sui propri piedi il tema dell’omosessualità e dell’identità di genere, di situarli nel contesto dei nostri tempi e della nostra società. Ma soprattutto di disancorarli da una visione ideologica che risulta il modo più facile e semplificante di rappresentarli sulla scena sociale. Le “teorie del genere” e l’omosessualismo infatti vengono proposte come un discorso che fa appello all’egualitarismo, alla lotta contro la discriminazione e all’omofobia in nome di una particolare concezione della sessualità e della differenza tra i sessi. Questo lavoro tiene conto dei nodi essenziali della teoria e della clinica avanzati dalla comunità psicanalitica".
  • INDICE DI: L’ATTO LA STORIA

    Introduzione
    PRIMO TEMPO -
    L’atto di Benedetto XVI

    - Atto inaspettato
    - Un’altra laicità
    - Farsi zolla
    - Non scendo dalla croce
    - Elogio dell’impotenza
    - Spensierato relativismo
    - Il collaudatore
    - Termina il Novecento?
    - La tenuta dei ponti
    - Il crollo delle Torri
    - Ritorno a Babele
    - Un Altro Papa

    SECONDO TEMPO -
    L’arrivo di Francesco

    - Dalla fine del mondo
    - Teorema della povertà
    - Benedico in silenzio
    - Il posto degli ultimi
    - La stoffa e lo strappo

    Bibliografia
    (Ed. San Paolo, pp.94, € 9)

  • PSICOFARMACI E DINTORNI di Giancarlo Ricci

    Mai quanto oggi, mentre sta per uscire l’ultima versione del DSM, risulta attuale un libro di qualche anno fa. Ma partiamo da un’immagine. E’ un’immagine vista e rivista: un manipolo di marines pronti a intervenire. Sul manifesto, datato 1944, campeggia un nome: “Benzedrina”. Il sottotitolo: “Per uomini in combattimento: quando il gioco si fa duro…”. E’ risaputo che ai soldati venivano date massicce dosi di anfetamine. Non era noto che tale pratica fosse addirittura pubblicizzata. Dai fabbricanti di guerre passiamo ai fabbricanti di psicofarmaci. Se anche qui il “gioco si fa duro” è perché questo tipo di “fabbricazione” assume contorni sfumati, protetti o addirittura occultati. Ed è questo, in un certo senso, a risultare più inquietante rispetto ai nostri morituri soldati. Il volume PSYCHOFARMERS (Isbn Edizioni), scritto da Pietro Adamo (docente di Storia Moderna) e da Stefano Benzoni (neuropsichiatria infantile), fa luce su una zona scura, o meglio, oscurata. Nel ripercorrere, voce dopo voce, la storia sociale degli psicofarmaci negli ultimi cinquant’anni, dalle anfetamine ai barbiturici e dalle benzodiazepine alle più “sofisticate” classi degli attuali antidepressivi, vengono riprodotte decine di campagne pubblicitarie, depliant e manifesti, che scandiscono le tappe dell’immaginario medico e sociale in materia di disagio psichico. L’effetto è devastante: il concetto di “scientificità” vacilla sotto la pressione di profitti inimmaginabili, la parola “salute” sembra sfuggire, la “psicofarmacologia” non può che procedere a colpi di percentuali, cercando di scansare paradossi ed effetti imprevisti. L’abuso sociale degli psicofarmaci, la dipendenza psicologica, gli effetti collaterali, il concetto aleatorio di guarigione e molte altre implicazioni ci interrogano radicalmente, in questo mercato dove felicità e salute fanno tutt’uno, sul posto assegnato all’anima. Che questa sia stata ripetutamente venduta al diavolo, non c’è dubbio. Infatti alcune categorie sono state sostituite – affermano gli autori – “da nuovi sistemi di valori, sempre più simili a quelli con cui scegliamo e giudichiamo scarpe, orologi e automobili”. Ognuno si scelga lo psicofarmaco di suo gradimento. Almeno può avere l’illusione di esercitare una soggettività. Nell’attuale “cultura terapeutica”, come dimostra il sociologo Frank Furedi nel libro Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana (Feltrinelli), “gli individui non vengono curati, ma messi in stato di convalescenza”. Ovvero “la facilità con cui viene accettata la patologizzazione del comportamento umano indica che la medicalizzazione della vita è ormai un fatto compiuto”. Statistiche alla mano, l’autore esplora come sorgono e si diffondono, negli ultimi vent’anni, termini come “autostima”, “stress”, “trauma”, “sindrone”. Tutto diventa spiegabile e soprattutto giustificabile. Stretti tra due immaginari, la psicofarmacologia e lo psicologismo, troveremo l’audacia di chiedere che fine ha fatto l’anima? Non appena incominciamo a pensarci ci propinano un ansiolitico o ci somministrano un test. Forse hanno ragione, è una domanda da stressati.
  • LOGICA DELL’INVIDIA di Giancarlo Ricci

    SILVANO PETROSINO, Visione e desiderio. Sull’essenza dell’invidia, Jaca Book, 2010, (1992). Tra le varie  passioni umane esiste anche una passione oculare: l'invidia. Essa tocca, ferisce, offende, può gettare in una mortale abissalità. Nell'invidia, con il suo particolare atto percettivo, "non solo si riceve la luce e si vede il visibile, ma anche si soffre in questa visione, si fa esperienza del dolore nel vedere:  in essa si vede il reale come causa del proprio dolore". Nella prima parte del libro - che giunge oggi, dopo quasi due decenni, alla sua seconda edizione – Silvano Petrosino preleva materiali di riflessione dalla tradizione poetico-letteraria e filosofica. Egli riconsidera il personaggio di Molly nell'Ulisse di Joyce, di Gertrude nei Promessi sposi , la figura di Satana nel Paradiso perduto di Milton, il tema del giudizio e della passione nella Retorica aristotelica, quello della "necessità di imparare a vedere" in Nietzsche (Genealogia della morale ) e infine quello della "visione e della previsione" in Heidegger (Essere e tempo ). In queste pagine la connessione tra visione e desiderio non si arena nelle secche di una fenomenologia, ma dischiude un'originale via di riflessione che, tra l'altro, tiene conto del contributo psicanalitico di Jacques Lacan e di altri pensatori quali Lévinas, Starobinski, Bataille e altri. La seconda parte del libro è dedicata a un'elaborazione sul tema dell'invidia che ha il raro pregio di non cadere in alcun schematismo psicologistico. Penso sia una delle elaborazioni intorno alla struttura dell’invidia più preziose per la psicanalisi. La questione dell'invidia è posta agli antipodi della morale se è vero, come afferma Petrosino, che nell'invidia il soggetto "non ha mai deciso di desiderare" e che "la misura del desiderio è la dismisura". L'invidia sorge quando il soggetto avverte, nel paragone con il proprio simile, una dolorosa impotenza. Per via di sguardo accade l'incontro con lo stupore. Ma "quale stupore maggiore può sorprendere se non quello di fronte ad un vedere che vedendo ancora non invidia?". (Giancarlo Ricci)
  • IL GIURAMENTO, L’ATTO E LA PAROLA DATA di G. Ricci

    IL SACRAMENTO DEL LINGUAGGIO di Giorgio Agamben(Laterza, 2008). Che cosa è il giuramento, quale la sua origine e il suo scopo se esso mette in questione l'uomo stesso come soggetto politico? Questa archeologia del giuramento ritorna alle fonti greche e romane fino alle confutazioni dei linguisti, il libro esplora questa complessità attraversando culture, religioni, sistemi filosofici. L'uomo, scoprendosi parlante, decide di legarsi alla sua parola e di mettere in gico in essa la sua vita e il suo destino. Moltissimi sono i commenti che la psicanalisi può aggiungere. (Maria Vittoria Lodovichi).
  • COSA RESTA DEL PADRE di G. Ricci

    La questione del padre è il cuore stesso della nostra quotidiana contemporaneità. Lo dimostrano in modo esemplare alcune opere letterarie come Patrimonio di Philip Roth, La strada di Cormac Mc Carthy o il film “Gran Torino” di Clint Eastwood le cui strutture narrative, nella seconda parte del libro, vengono ripercorse in un’originale lettura. Da alcune stagioni del Novecento, in cui trionfa il nichilismo e la morte di Dio, fino ai nostri giorni in cui l’enfasi della fine del soggetto, della verità o della storia pongono sotto i nostri occhi gli effetti sociali devastanti dell’evaporazione del padre, Recalcati propone la via della testimonianza (Massimo Recalcati, Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina, 2012). E’ una terza via, distante tanto dalla nostalgia di un padre ormai socialmente dismesso, quanto dall’esaltazione di un godimento cinico e materialista che esalta la logica del tutto è permesso. Cosa resta dunque del padre? “La sua testimonianza particolare di come si possano tenere uniti Legge e desiderio”. E’ una testimonianza prossima alla donazione, racchiude la cifra di una possibile trasmissione del desiderio e s’impone come l’eredità più autentica. “Una generazione deve donare all’altra, insieme al senso del limite, la possibilità dell’avvenire, il desiderio come fede nell’avvenire”. E ancora: “Perché vi sia trasmissione sono necessari, insieme all’interdizione, dono, promessa, fede”. In assenza di questi termini proliferano le impasse della società: il culto narcisistico dell’io, l’indifferenza cinica, il trionfo dell’oggetto come unico valore possibile. Quel che resta del padre – conclude Recalcati – è custodia del mistero della vita e della morte, è la responsabilità dell’eredità e della trasmissione, è generatività del desiderio come nuda fede”. (Giancarlo Ricci)
  • IL CORPO COME TESTO di Giancarlo Ricci

    Straordinaria esplorazione del docente di diritto Francesco Migliorino (Bollati Boringhieri, 2008)che scandaglia la complessità della nozione di corpo a partire dal discorso giuridico. Il corpo è un testo: luogo di esistenza dei segni tracciati dalle tecniche e dalle pratiche del diritto. Segni, riti, inscrizioni, scritture che si sono depositati nel corso sei secoli sul corpo di ciascuno. Qui un tentativo di incominciare a decifreare. Per sapere come siamo stati fabbricati e perchè siamo. Note interessanti sull'infamia (concetto medioevale), sulla confessione e sulla secolarizzazione. Il capitolo finale "La bonifica umana" è relativa alla storia del manicomio criminale di Barcellona in Sicilia, sul quale Migliorino ha creato un video dal titolo "Aria". Appena un'allusione alla "nuda vita" dei folli. (G. Ricci).
  • HABEAS CORPUS di G. Ricci

    HABEAS CORPUS. SEI GENEALOGIE DEL CORPO OCCIDENTALE, di Federico Leoni. Prefazione di Carlo Sini (Bruno Mondadori, 2008). Il libro esplora sei ambiti relativi al corpo. Il primo capitolo L'ALTRA ANATOMIA esplora il gesto inagurale di Freud relativo a un'altra lettura dell'isteria. Scrive Leoni: "Non esiste affatto quella cosa che chiamiamo abitualmente il corpo umano... perchè esso è sempre la posta in gioco di una certa rete di scritture, la scommessa di un certo programma di sperimentazioni, il progetto di un certo sistema di scambi ecnomici". E ancora, in definitiva, "la voce della vita stessa, o della sua unica sacerdotessa contemporanea, la biologia, ha scalfito con relativa facilità le pretese veritative delle scienze umane". (G. Ricci).
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  • LA CLINICA DEL CORPO di G. Ricci

    Notevole libro dello psicanalista francese Paul Laurent Assoun (Franco Angeli, 2004). Ricerca essenziale che pone i caposaldi intorno a un'interrogazione sul corpo in psicanalisi. Tra i nodi considerati: il corpo e l'inconscio, il sintomo, l'evento isterico, il fantasma, il trauma, il godimento, le pulsioni, il narcisismo, l'Es. Un'altra lettura della psicosomatica e un altro modo per esplorare le connessioni tra lo psichico e il somatico.(G.Ricci).
  • LA CLINICA SECONDO DELEUZE

    “Far balbettare la lingua stessa, nel più profondo dello stile, è un procedimeto creativo che attraversa le grandi opere”. Il particolare ascolto che Gilles Deleuze dedica alla questione della lingua, è davvero singolare e talvolta sconcertante, in questo suo libro CRITICA E CLINICA (Raffaello Cortina). Nell’attraversare autori, personaggi e scrittori non solo del ‘900, la sua attenzione si sofferma nel cercare di cogliere la particolare lingua che muove personaggi e situazioni. “Quel che conta per un grande romanziere, Melville, Dostoevskij, Kafka o Musil, è che le cose restino enigmatiche e tuttavia non arbitrarie: insomma, una logica nuova, in tutto e per tutto una logica, ma che non riconduca alla ragione e che colga l’intimità della vita e della morte”. La scrittura nella modernità è un’avventura estrema, abitata da forze centrifughe, enigmatiche, ma “non arbitrarie”. E’ un’esperienza in cui lo scrittore cerca di fare tutt’uno con la propria lingua, anche se dilaniato dal rischio di perdere un equilibrio già precario, di “trascinare la lingua fuori dai solchi abituali e di farla delirare”. Tuttavia “quando il delirio ricade allo stato clinico , le parole non sboccano più su nulla, non si sente e non si vede più nulla attraverso di loro, tranne una notte che ha perso la sua storia, i suoi colori e i suoi canti. La letteratura è salute”. Critica e clinica : titolo del libro, ma anche accostamento inusuale, provocatorio e senza dubbio fecondo. Gilles Deleuze, nato nel 1925, è stato una delle figure più significative, anomale, antiaccademiche del panorama filosofico francese. Basti pensare al suo celebre Anti-Edipo che, scritto con Felix Guattari agli inizi degli anni ‘70, provocò infinite querelles nella Parigi in cui intellettuali come Barthes, Derrida, Foucault e Lacan vivevano la loro stagione più prolifica. Deleuze ha sempre prediletto allontanarsi dai sistemi di pensiero compiuti, vagabondare nelle periferie del sapere, soffermarsi su verità frammentarie e improbabili. Questo libro può considerarsi il suo testamento letterario e filosofico. Scritto due anni prima del suicidio (come Althusser verrebbe da osservare), raccoglie saggi brevi e lunghi che parlano di testi filosofici come se fossero romanzi e di testi letterari come se fossero scritti filosofici. L’effetto è sorprendente, anche per certi accostamenti inusuali. Qualche esempio: “Un precursore misconosciuto di Heidegger: Alfred Jarry”, “Quattro formule poetiche che potrebbero riassumere la filosofia kantiana”, “Nietzsche e san Paolo, Lawrence e Giovanni di Patmos”. Deleuze ama percorrere e ripercorrere quell’insieme di vie, di lingue e di stili, che s’incrociano, “ripassano per gli stessi posti, si avvicinano e si separano, ognuna apre una prospettiva su altre”. Scruta, osserva e si abbandona a visioni. Ma mette in guardia: “Queste visioni, questi ascolti, non sono una faccenda privata, ma formano le figure di una Storia e di una Geografia continuamente reinventate. E’ il delirio che le inventa, come processo che trascina la parola da un capo all’altro dell’universo. Sono eventi alla frontiera del linguaggio”. Curioso gesto quello di Deleuze: arrampicarsi sulla torre di Babele e conoscere i segreti della sua architettura vale per lui a sondarne la fragilità. Quasi aspettasse o addirittura auspicasse il crollo imminente. Per lui la vera scrittura incomincia da questa rovina, da questa caduta. Ciò è evidente quando parla di scrittori come Wolfson, Roussel o Brisset, autori che hanno fatto balbettare, sussultare, vacillare lingue, sintassi e stili. E’ meno evidente invece quando per esempio parla dell’impresa filosofica: “Quando la lingua sprofonda girando nella lingua, la lingua compie finalmente la sua missione, il Segno mostra la Cosa ed effettua l’ennesima potenza del linguaggio perché <> (Heidegger)”. La carrellata che Deleuze propone è vertiginosa: il piccolo Hans di Freud, Bertleby lo scrivano di Melville, i paradossi di Masoch, le rigorose fantasticherie di Lewis Caroll. E ancora Nietzsche, Beckett, Lawrence, Spinoza, Musil e tanti altri. Alcuni di questi sono autori che “inventano un uso minore della lingua maggiore in cui si esprimono interamente : rendono minore questa lingua [...]. Risultano grandi a forza di minorazioni: fanno fuggire la lingua, non smettono di gettarla nello squilibrio, di farla biforcare e variare in ciascuno dei suoi termini, secondo un’incessante modulazione”. La tesi è che “un grande scrittore è sempre come uno straniero nella lingua in cui si esprime, anche se è la sua lingua nativa”. Insomma, se “il romanziere ha l’occhio del profeta” è perché “si può progredire solo se ci s’inoltra in regioni lontane dall’equilibrio”, come talvolta accade, suggerisce Deleuze, nell’ambito dell’invenzione scientifica. Ecco perché il gesto di questo originale pensatore è distante da ogni forma di nichilismo, nonostante lo sperimento che persegue sia quello di “mettere la lingua in uno stato di boom, vicino al crack “. Occorre conoscere palmo a palmo l’inferno della torre di Babele, riuscire ad ascoltare lingue impercettibili, saper guardare in volto, nel romanzo della modernità, “quei personaggi che si reggono nel nulla, sopravvivono solo nel vuoto, conservano fino alla fine il loro mistero sfidando logica e psicologia”. In un’epoca in cui siamo sommersi dall’incessante rumore di fondo di linguaggi e immagini, abbiamo dimenticato che “è attraverso le parole, in mezzo alle parole, che si vede e si sente”. (Giancarlo Ricci)
  • SE BENEDETTO APRE IL MONDO AL NUOVO SECOLO di Roberto Mussapi (L’Avvenire – 19.10.13)

    Le dimissioni di Papa Benedetto, l’elezione del nuovo pontefice, Francesco, oltre alla straordinaria importanza intrinseca rappresentano un segno potente di scossa e potenziale rigenerazione nel mondo non solo cristiano. Un libro sviluppa questo tema con grande originalità e profondità, “L’atto la storia. Benedetto XVI, Papa Francesco e la fine del Novecento” di Giancarlo Ricci (Edizioni San Paolo, pp. 94, euro 9). Ricci è uno psicanalista “laico”, cioè non dogmatico, il suo metodo di indagine sul mondo è inscindibile dalla prospettiva filosofica, antropologica; il mondo della religione, del mito, della poesia sono presenze forti, generanti, non accidentali nel suo percorso. Ha pubblicato anni fa un libro interessante in senso anche letterario, “Le città di Freud” (Jaca Book), poi saggi di interesse più strettamente psicanalitico. Ora scrive una delle più libere e acute riflessioni che io abbia letto di recente sul senso del sacro, della vita e della loro necessaria resistenza nel nostro mondo occidentale cristiano. Occidentale e cristiano a parole, anticipando l’esito del saggio, essendo stati erosi i valori etici fondanti dell’Occidente e del Cristianesimo. Da sempre sostengo la dannosità della lettura rigidamente psicanalitica del mondo, delle letteratura e dell’arte, ma la mia critica riguarda il fondamentalismo, il dogmatismo di tanta, troppa cultura psicanalitica, imperversante per decenni. Quando gli strumenti psicanalitici interagiscono con altri, come ad esempio in Starobinski, allora è tutta un’altra storia. Come in questo caso, dove il titolo non mente: si parla di un atto che segna e modifica la storia, le dimissioni di papa Benedetto XVI. E il sottotitolo sintetizza un’epopea in due nomi e un concetto: il nome del papa che si ritira, quello del nuovo pontefice che giunge “dalla fine del mondo”, e la conseguente fine del Novecento, secolo del dominio relativistico, della desacralizzazione, di conseguenza dell’angoscia. Libro denso e fascinoso, ricco e quindi difficile da sintetizzare. Proviamo a riassumerlo, al volo, rapiti dalla felicità delle immagini, dalla lucidità adamantina dello stile, dalla mercurialità wildiana delle intuizioni. Soprattutto dall’eticità da cui nasce questa difesa dell’Homo religiosus, qui e ora. Le dimissioni: Ricci vive come un’offesa l’attribuzione di queste a pure ragioni personali, stanchezza e salute, pur riconoscendo che possono concorrere. Ma la loro essenza è quella di un atto capitale, coraggioso, esemplare: la rinuncia al potere, l’umiliazione del proprio io di fronte alla comunità dei viventi. Dimettendosi Benedetto si umilia, si manifesta servitore eroico della fede. In un mondo che razionalisticamente irride ogni manifestazione del sacro e si genuflette al profitto, il Papa mette in opera la potenza dell’Atto. Svuota il vuoto, crea una rottura, uno spazio: Francesco, presentandosi, afferma di venire da lontano, “dalla fine del mondo”. Ma da una terra oltreoceano, sottolinea Ricci, terra di esilio, battuta da venti, estrema. Sì, viene dalla fine del mondo e nella benedizione inizia a parlare nella sua lingua argentina, il gesto più naturale, viscerale, intimo: sa che questa benedizione non è spiegabile, sarebbe comunque incomprensibile al vaglio del razionalista. Il mondo, scrive Ricci, non sarà più lo stesso: con metafore da narratore di razza: il “Crollo” (Babele, il muro di Berlino, le Twin Towers) il “Collaudatore” (che valuta la struttura e la tenuta dell’edificio, non gli ornamenti, e se necessario lo fa evacuare), il “Farsi zolla”, il “Non scendere dalla croce”: una vena lucidamente visionaria anima questo breve e compiuto libro scritto da un laico in difesa del sacro e dell’anima, e in onore di due grandi figure della cristianità.
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